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Il Credito Bancario Durante La Crisi

In: Business and Management

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Words 16099
Pages 65
Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro” DIPARTIMENTO DI STUDI PER L’ECONOMIA E L’IMPRESA

Corso di laurea triennale in Economia aziendale

Tesi di laurea in Economia e gestione delle Banche e delle Imprese di Assicurazione

Il Credito alle imprese durante la Crisi
Relatore: Prof. Mario Valletta

Candidato: Stefano Siccità

Anno Accademico 2011/2012
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Indice
1. Introduzione………………………………………………………………...….3 2. Un semplice modello del mercato creditizio………………………….………..5 3. I dati: andamento del credito e dei tassi bancari nel 2011……………………12 3.1 La domanda di credito…………………………………………..……..14 3.2 L’offerta di credito………………………………………………..……16 3.3 Il costo del credito……………………………………………………...22 3.4 La qualità del credito…………………………………………………...25 3.5 Il punto di vista delle imprese………………………………………….27 4. Una valutazione d’assieme……………………………………………………35 5. Possibili soluzioni…………………………………………………………….42 6. Bibliografia……………………………………………………………………61

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Introduzione
Lo scopo di questo studio è fornire un quadro analitico su un problema, che a mio avviso è di centrale attualità in questo periodo: il credito bancario alle imprese durante la crisi. Gli effetti di una stretta sul credito possono essere assai rilevanti: le imprese potrebbero esser costrette a ridimensionare i piani di investimento, alcune potrebbero non aver più sufficiente liquidità, mentre altre non potrebbero addirittura evitare il default, con l’effetto di prolungare e amplificare la recessione. Ciò ancor di più in un’economia quale quella italiana dove il credito bancario ha sempre avuto un ruolo centrale e il mercato obbligazionario presenta una carenza strutturale, come si può facilmente evincere dal grafico della figura 1.
Figura 1. Fonte: Banca d’Italia, Bollettino economico n°68, Aprile 2012, pag.27

Prima di analizzare i dati statistici che possano confermare o meno l’effettiva presenza del cosiddetto credit crunch nell’anno 2011, è opportuno analizzare quali sono le variabili che agiscono sul mercato del credito bancario. Infatti da un lato, si possono essere verificate tensioni sul lato della domanda di fondi da parte delle imprese. Dall’altro lato, a cause delle tensioni sui requisiti patrimoniali, sul fabbisogno di liquidità a fronte di un mercato interbancario “congelato” e alla luce della recente crisi dei debiti sovrani, le banche potrebbero aver effettivamente allentato l’offerta di credito. A ciò si aggiunge la variabile della maggiore rischiosità dei debitori, come potenziale incentivo per gli intermediari a perseguire politiche di prestiti più caute o più onerose.

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In letteratura non esiste una definizione universale di credit crunch. La più consona all’impostazione di tale studio è quella di Bernanke e Lown (1991)1: “una significativa traslazione verso sinistra della curva di offerta di credito bancario, a parità di tasso di interesse reale e di merito di credito dei potenziali debitori”. In altre parole, si tratterebbe di un calo dell’offerta dovuto a scelte o vincoli delle banche e non una diminuzione dell’offerta causata dal peggioramento del merito creditizio dei debitori. Dopo aver presentato il modello seguirà un quadro analitico della congiuntura creditizia nel corso del 2011 sia dal punto di vista delle banche che dal punto di vista delle imprese, analizzando le determinanti della domanda e dell’offerta di credito, nonché ponendo particolare attenzione al costo e alla qualità del credito, al fine di comprendere il contributo di domanda e offerta alla dinamica del credito bancario. Per conseguire le finalità per cui è stato redatto questo breve studio, si cercherà di valutare l’effettiva presenza ed entità nel 2011 di un credit crunch secondo l’interpretazione di Bernanke e Lown, concludendo con una serie di possibili soluzioni per sostenere sia l’offerta che la domanda di credito.

Modello del mercato creditizio DOMANDA DI CREDITO OFFERTA DI CREDITO

ANALISI DATI 2011

PUNTO DI VISTA BANCHE

PUNTO DI VISTA IMPRESE

CREDIT CRUNCH NEL 2011?

POSSIBILI SOLUZIONI

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B.Bernanke, C.S. Lown, (1991), “The Credit Crunch”, Brookings Papers on Economic Activity, pag.207.

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Un semplice modello del mercato creditizio2
Per cercare di comprendere quali sono le principali variabili che influiscono sulla dinamica del credito è opportuno presentare un semplice modello che analizzi il mercato del credito, scindendo le determinanti dell’offerta e della domanda di credito. La domanda di credito (Ld) può esser rappresentata dalla seguente equazione:

Ld = d(r-,i+,Y+) dove:  r è il tasso sui prestiti bancari. Un suo aumento causa naturalmente una diminuzione della domanda. Per le sue determinanti si rimanda a quanto esposto più avanti.  i è il costo-opportunità del credito, cioè il costo dei finanziamenti alternativi in aggiunta a quelli bancari (come obbligazioni societarie o finanziamenti dei soci). Il tasso i è pari alla somma del tasso privo di rischio if e del premio per il rischio σ. Il tasso if può coincidere con i tassi ufficiali della Banca Centrale Europea, mentre su σ incide il merito creditizio dell’impresa. Una diminuzione di i causa un calo della domanda di credito per via di un potenziale ricorso a forme alternative di finanziamento.  Y è il livello di attività economica e coincide in prima approssimazione col PIL del Paese. Un suo calo tende a contrarre la domanda di credito. L’offerta di credito (Ls) invece può essere rappresentata dalla seguente equazione, assumendo per semplicità che sia infinitamente elastica al tasso r, cioè a un determinato tasso r gli intermediari creditizi sono disposti a offrire qualsiasi quantità di credito3.

r = if + s(σ+, CO+)

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Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza (Aprile 2010), “Domanda e offerta di credito in Italia durante la crisi finanziaria”, cap. 3.2, pag.16
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Ipotesi semplicistica poiché non tiene conto del legame tra capitale proprio e attività rischiose imposto dall’autorità di vigilanza, nonché dalle politiche di lending variabili a seconda dell’istituto.

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Il tasso sui prestiti r è determinato dalle banche aggiungendo al tasso privo di rischio (all’incirca corrispondente al costo della raccolta bancaria) il mark-up s(σ+,CO+), dove σ dipende dal merito creditizio delle imprese e CO sono le condizioni di offerta della banca. Un loro peggioramento provoca un aumento del mark up s, aumentando il tasso sui prestiti r e quindi ha un effetto negativo sulla domanda di credito.

Figura 2. Da: Banca d’Italia, “Domanda e offerta di credito durante la crisi”; pag. 17

Le variazioni del prezzo e della quantità di credito dipendono da numerosi variabili che agiscono sovente contemporaneamente: è perciò difficile individuare le cause precise. Riporterò di seguito dei possibili scenari che esemplificano l’effetto della variazione di una variabile sul modello.

Y↓

In fasi di recessione, la diminuzione del livello di attività produttiva Y causa uno spostamento verso sinistra della curva di domanda di credito. In linea di principio la produzione si allenta, i piani di investimento sono al ribasso e perciò la domanda di credito cala. Come si evince dal

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grafico di cui alla figura 3, la ripresa iniziata nel 2010 è tuttavia ritornata sotto l’1% nel 2011, nel cui quarto trimestre è tornata negativa.

Figura 3 Fonte: Elaborazione personale su dati www.istat.it/it Variazioni tendenziali del PIL (variazioni % rispetto al corrispondente trimestre dell’anno precedente).

La scelta del PIL come indicatore di Y è giustificata dalla sua facile reperibilità, dal suo massimo grado di rappresentatività, nonché dal fatto che tradizionalmente è connesso all’idea di crescita o recessione.

In alternativa potrebbe essere usato un indice quale il PMI index (Purchasing Managers Index), calcolato mensilmente da Markit Economics sulla base delle dichiarazioni dei direttori degli acquisti di un campione di aziende del settore manifatturiero, terziario, edilizio e del commercio al dettaglio (risulta pertanto escluso il settore primario). Un valore inferiore a 50 è sinonimo di contrazione, mentre sopra al 50 espansione. Come si evince dai grafici della pagina seguente, sia la produzione industriale, le vendite al dettaglio e il terziario, risultano sotto quota 50, indice di recessione e sono in linea con l’andamento del PIL così come calcolato dall’Istat.

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Figura 4 Fonte: www.markiteconomics.com, Press releases

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σ ↑ In periodi di recessione spesso vi sono peggioramenti del merito creditizio delle imprese, che causano un aumento di σ con effetti sia sulla domanda che sull’offerta. Gli intermediari aumentano il costo dei prestiti a fronte di debitori più rischiosi. Contemporaneamente, il costo opportunità dei finanziamenti alternativi a quelli bancari (i=if+σ) aumenterà, rendendo quindi

relativamente più conveniente i prestiti bancari e aumentando quindi la
Figura 5. Fonte: Banca d’Italia (Aprile 2010), Questioni di economia e Finanza, “Domanda e offerta di credito durante la crisi”, pag.52

domanda di credito. L’effetto finale dipenderà dalla maggiore sensibilità al

deterioramento della rischiosità da parte degli intermediari creditizi piuttosto che da parte dei mercati obbligazionari. Nella figura n°5 il volume di credito è aumentato perché è prevalso l’effetto di domanda (aumento del costo dei finanziamenti alternativi a quelli bancari e quindi aumento della domanda) su quello di offerta (peggioramento dei meriti creditizi delle imprese affidate e quindi contrazione dell’offerta). Tuttavia, un simile scenario ritengo possa avere difficilmente luogo in un’economia quale quella italiana, dove circa il 60% delle passività delle imprese è rappresentata da debiti bancari e il restante 40% è per lo più riferibile a passività di imprese medio-grandi. Infatti il mercato obbligazionario e azionario italiano ha uno sviluppo di gran lunga lontano da quello che è per esempio negli Stati Uniti, come poi verrà meglio descritto nell’ultimo capitolo.

if ↓

Se la Banca Centrale Europea riduce i tassi d’interesse ufficiali, il tasso privo di rischio if diminuisce, causando uno spostamento verso il basso della curva di offerta a seguito del calo di r e uno spostamento verso sinistra della curva di domanda. L’effetto finale sull’ammontare di credito concesso dipende dalla forza relativa di questi due effetti. Se la domanda è relativamente inelastica, quindi la variazione del tasso privo di rischio incide meno sulla domanda, si avrà un aumento del credito dovuto a tassi sui prestiti più bassi. Come si evince dalla tabella sottostante, la BCE ha tagliato ripetutamente dall’inizio della crisi scoppiata nel 2008 i tassi ufficiali, toccando dei minimi storici con il provvedimento del
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14 Dicembre, che ha portato a 0,25% il tasso offerto sui depositi, 1% il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principale e 1,75% il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale. Questi tassi sono ancora in vigore a Giugno 2012, indice della volontà della Banca Centrale Europea di mantenere basso il costo del denaro, rinunciando tuttavia a ridurre (e sarebbe per la prima volta) il tasso ufficiale di riferimento sotto l’1%.

Figura 6. Fonte: Sito web BCE: www.ecb.int

CO Un irrigidimento delle condizioni di offerta applicate dagli intermediari creditizi causa un aumento del mark up e quindi un aumento del tasso sui prestiti r (si veda la figura n°7). Ciò causa una contrazione del credito a parità di domanda, situazione che –seguendo la definizione di Bernanke e Lown- è definita credit crunch. Le condizioni di offerta del credito saranno ampiamente analizzate nei prossimi capitoli e includono tanti elementi come le garanzie richieste a copertura del finanziamento, le varie voci di costo legate al finanziamento, i covenants richiesti, la quantità di informazioni contabili e non richieste dalla banca durante la procedura d’affidamento, i tempi di concessione dei finanziamenti, il rapporto tra ammontare richiesto e ammontare erogato ecc…
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Figura 7 Fonte: Banca d’Italia (Aprile 2010), Questioni di Economia e Finanza, “Domanda e offerta di credito durante la crisi”, pag. 42

Come si vedrà dai dati raccolti nel secondo capitolo del seguente studio, queste variazioni operano simultaneamente in periodi di crisi economica reale e finanziaria.

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I dati: andamento del credito e dei tassi bancari nel 2011

L’analisi del mercato creditizio verrà condotta analizzando i dati statistici sulla domanda, sull’offerta e sul costo dei finanziamenti. Dato l’ampio numero di fattori che incidono sull’andamento di queste grandezze è necessario approfondire i dati a livello regionale, per dimensione d’impresa, per ramo d’attività, per dimensione di banca e per durata del prestito. La domanda di credito è oggetto di numerosi studi. Le ricerche condotte dalla Banca d’Italia pongono la domanda delle imprese in relazione con il fabbisogno finanziario (a sua volta influenzato positivamente dagli investimenti e negativamente dall’autofinanziamento), con l’andamento dell’attività economica (il prodotto interno lordo) e con il costo-opportunità dei prestiti bancari rispetto a finanziamenti alternativi (approssimato dal differenziale fra i tassi bancari attivi e i tassi del mercato monetario). Le determinanti dell’offerta di prestiti sono soprattutto le variazioni della rischiosità dei prenditori fenomeno tipico delle fasi di recessione dell’economia reale- spesso seguite e accentuate da politiche creditizie più avverse al rischio. Incidono poi in misura rilevante anche la situazione patrimoniale e di liquidità delle banche, e la loro capacità di accedere ai finanziamenti esterni nel mercato al dettaglio e all’ingrosso. Si tratta quindi di variabili congiunturali, di mercato ma anche normative: si pensi all’impatto delle normative di vigilanza, quali Basilea2 e in un futuro più o meno prossimo Basilea3, nonché le richieste di ricapitalizzazione dell’EBA (European Banking Authority). Attenzione particolare vai poi rivolta alla particolare situazione in cui versa l’Italia: le tensioni sul debito sovrano, con spread Btp-Bund che hanno superato i 500 punti base a Novembre, sul declassamento del rating dell’Italia (nel mese di Gennaio pari a BBB+ per Standard&Poors) non possono far altro che incidere negativamente sull’offerta di credito, data la notevole difficoltà per le banche italiane a finanziarsi sul mercato all’ingrosso.

I dati che esporrò sono tratti dalla Regional Bank Lending Survey (RBLS), condotta su base semestrale dalle sedi regionali della Banca d’Italia. L’indagine ricalca in gran parte l’indagine trimestrale realizzata dalla Banca Centrale Europea sulla domanda e sulle politiche di offerta di credito adottate dalle banche dell’Eurosistema (Bank Lending Survey, BLS). La RBLS ha coinvolto
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però un maggior numero di intermediari (403, 36 medio-grandi e 367 piccole di cui 236 BCC) rispetto agli 8 principali gruppi bancari cui fa capo il 60% dei prestiti totali della BLS. Il più ampio campione ha così consentito l’elaborazione di informazioni a livello territoriale, per settore di attività economica e per dimensione di banca. Nel 2011 si è arrestata la tendenza al recupero della domanda di credito da parte delle imprese che si era manifestata nel corso del 2010. Le richieste di finanziamenti del settore produttivo, finalizzate per lo più alla ristrutturazione del debito e al finanziamento del circolante, sono risultate in lieve calo in tutte le aree ad eccezione del Nord Est, unica area in cui si è registrato un modesto aumento. Al Nord si è registrato il recupero della domanda delle imprese manifatturiere, accompagnato da un calo nell’edilizia a livello di tutto il Paese. Stabile la domanda da parte delle imprese di servizi, ad eccezione del Sud Italia. Per quanto riguarda le condizioni di offerta, dopo essersi mantenute sostanzialmente invariate nel 2010, nel primo semestre del 2011 si sono verificati soprattutto al Centro e nel Mezzogiorno aumenti dei margini di interesse applicati sui prestiti, in particolare per i prestiti più rischiosi, ma non sono emerse restrizioni nelle quantità offerte. Comunque le politiche creditizie si sono mantenute selettive in tutte le regioni. Le più colpite da questa stretta sono state le imprese edili, in particolare al Nord Est, mentre per le imprese manifatturiere l’accesso al credito è stato più difficoltoso al Centro Sud. Separatamente verranno approfonditi due macro-aspetti molto importanti ai fini dello studio in corso: il costo e la qualità del credito. Un capitolo sarà poi dedicato all’analisi del mercato creditizio dal punto di vista delle imprese, riportando tre sondaggi, due dei quali svolti dalla Banca d’Italia e uno dalla Banca Centrale Europea. Tale scelta è legata alla volontà di verificare la corrispondenza delle due serie di dati e –in caso di discordanze significative- trarre poi ipotesi a riguardo.

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La domanda di credito
Dopo il lieve aumento del 2010, nel primo semestre del 2011 la domanda di finanziamenti da parte delle imprese ha mostrato una moderata flessione, più accentuata per le imprese minori (fig. 8a) e al Centro Sud. Nel secondo semestre si è registrata una sostanziale stagnazione della domanda per le imprese del Centro e del Mezzogiorno, con un modesto recupero delle richieste di finanziamento nel Nord Est e nel Nord Ovest (fig. 8 b). Come si evince dal grafico, nel corso del 2011 il calo della domanda di credito si è concentrato nelle banche piccole; diversamente, nelle 36 banche medio-grandi del Paese (a cui corrisponde una quota dei prestiti superiore al 60%) si è registrato in pressoché tutte le aree del Paese un aumento della domanda, accentuato nel Nord Est (fig. 8 c).

Figura 8 Fonte: Banca d’Italia, Regional Bank Lending Survey

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Per quanto riguarda i settori, al Nord si è mantenuta positiva la domanda da parte delle imprese manifatturiere, mentre al Centro Sud si è registrata una flessione. (fig. 9) Come in precedenza accennato, le imprese che hanno registrato un maggior calo della domanda -in linea con l’andamento registratosi nel 2010- sono state le imprese di costruzioni. Infine, per quanto riguarda le aziende dei servizi, le esigenze di credito sono risultate stazionarie o in leggera flessione (Nord Est e Sud e Isole).

Figura 9 Fonte: Banca d’Italia, Regional Bank Lending Survey

Importante è analizzare la finalità delle richieste di credito. Dopo il leggero miglioramento del 2010, nella prima parte del 2011 è diminuita notevolmente la domanda per realizzare investimenti, soprattutto nel Nord Est (fig. 10). A sostenere le richieste di prestiti è stato il fabbisogno di copertura del capitale circolante in tutte le regioni, in particolare al Sud. Negativo l’andamento della domanda per acquisizioni e fusioni, spesso presenti in periodi di

Figura 10 Fonte: Banca d’Italia, Regional Bank Lending Survey 15

recessione e particolarmente idonei in un economia quale quella italiana, dove 4,1 milioni di imprenditori titolari di imprese con meno di 20 dipendenti, rappresentano il 95,3% dell’universo delle imprese italiane. L’aumento vero e proprio della domanda si rintraccia però nelle operazioni di ristrutturazione e consolidamento del debito bancario che, dai primi momenti della crisi scoppiata nel 2008, costituiscono la principale determinante della domanda di credito da parte delle imprese. Le richieste di ristrutturazione del debito si sono concentrante soprattutto nelle banche medio-grandi.

L’offerta di credito alle imprese
Stando alla Regional Bank Lending Survey, nel primo semestre del 2011 sono emersi segnali di politiche creditizie più selettive e più rigide, nonostante l’allentamento registratosi nel corso del 2010 in netta ripresa rispetto agli anni precedenti. Le maggiori cautele rilevate nell’indagine appaiono più marcate per le imprese di grande dimensione, dato che risente probabilmente della maggiore entità e quindi della durata dei prestiti ad esse erogati (fig. 11a). Mentre dall’inizio della crisi fino al 2010 l’atteggiamento delle banche era stato più o meno omogeneo a livello territoriale, l’irrigidimento ha colpito le aree del Paese in misura diversa: al Centro e al Sud è stato più marcato, mentre al Nord in quantità minore (fig. 11 b). Questa maggiore incisività registratasi al Centro e nel Mezzogiorno è dovuta alla maggiore operatività di banche di grandi dimensioni, che hanno condotto politiche creditizie più selettive in maniera equivalente su tutto il Paese anziché modulare i criteri di accesso al credito in base alla localizzazione geografica della clientela, cercando di beneficiare le imprese del Meridione. Maggiore rigidità è stata riscontrata nelle banche piccole, in misura più o meno elevata in tutte le aree del Paese (fig. 11 c).

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Figura 11 Fonte Banca d’Italia, Regional Bank Lending Survey

Per quanto riguarda le differenze settoriali, si riscontrano anche qui difformità nell’offerta di credito a industria manifatturiera e servizi e imprese edilizie (fig. 12a,c). Infatti si mantiene elevato l’irrigidimento nei confronti del settore delle costruzioni con picchi negativi registrati nel Nord Est (fig.12b) Anche nella manifattura e nei servizi si sono manifestati segnali di inasprimento nei criteri di erogazione dei prestiti, seppure in misura inferiore rispetto al settore delle costruzioni.

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Figura 12 Fonte Banca d’Italia, Regional Bank Lending Survey

Come si evince dalla figura 13a, la maggior cautela delle banche nel concedere finanziamenti è rintracciabile nell’aumento degli spread sui prestiti più rischiosi. Nel primo semestre del 2011, le banche dichiarano di aver richiesto meno garanzie rispetto alla fine del 2010. Sono stati utilizzati in maggior misura anche i modelli quantitativi di valutazione finalizzati alla produzione di rating o scoring. È aumentato il peso delle deleghe concesse ai responsabili di filiale, sintomo di maggiore decentralizzazione del processo creditizio. L’irrigidimento dell’offerta di credito si è quindi concentrato sul lato del costo piuttosto che sul lato della quantità. Per quanto riguarda la determinante dell’atteggiamento più prudente, la maggiore percezione del rischio per attese su attività economica, particolare settori, imprese o aree è prevalsa sugli altri fattori. Infatti alcuni settori, quali quello delle costruzioni -come in precedenza messo in luce- sono stati più colpiti rispetto ad altri. Le pressioni concorrenziali hanno avuto un peso marginale. I requisiti patrimoniali hanno avuto una modesta influenza in linea con gli anni precedenti. Sarebbe utile poter disporre di dati che scindessero questa determinante tra banche grandi e banche piccole, poiché infatti le banche a cui è stata richiesta una ricapitalizzazione da parte dell’EBA nel secondo semestre del 2011 ai fini di ottenere un Core Tier 1 del 9%, potrebbero esser costrette a una maggiore razionalizzazione dell’attivo in bilancio tramite deleverage. Queste banche sono Monte Paschi di Siena (3,267miliardi di €), Banco Popolare (1,73miliardi di €), Ubi Banca (1,69 miliardi di €) e Unicredit (7,974 miliardi di €), che ha concluso il 20 gennaio 2012 un aumento di capitale pari a 7,5 miliardi di €. Tra gli altri fattori che hanno contribuito significativamente a spiegare l’inasprimento delle condizioni di offerta hanno influito i maggiori costi di provvista e i vincoli di liquidità (fig. 13 b).
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Figura 13 Fonte Banca d’Italia, Regional Bank Lending Survey

Quello che nel gergo dei giornali economici viene soprannominata “trappola dell’illiquidità” si concretizza in notevoli difficoltà nella raccolta sul mercato interbancario a tassi d’interesse ragionevoli. Nella migliore delle ipotesi si parte da 250 punti base ma in realtà i tassi possono raggiungere i 600-700 punti base. I tassi ufficiali della Banca centrale europea sono molto più bassi così come gli indici Euribor, in continua discesa da Luglio 2011, come si può ben osservare dalla tabella 14.

Figura 14. MEDIA MENSILE DEL TASSO EURIBOR NEL 2011 E NEL PRIMO SEMESTRE 2012; Fonte: http://www.euribor.it/euribor-storico.html

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È aumentato di conseguenza il ricorso delle banche italiane al rifinanziamento presso l’Eurosistema (circa 210 miliardi di Euro a Dicembre 2011 da 85 miliardi a fine Agosto). Chiari sintomi delle difficoltà incontrate nella raccolta wholesale da parte delle banche italiane sono rintracciabili nella raccolta al dettaglio (retail), nel mercato dei conti correnti/deposito: come si evince dagli esempi riportati nella tabella sottostante4 i tassi sui conti deposito, offerti massivamente in questo periodo dalle banche del Paese, sono nettamente più alti rispetto al costo del denaro presso la Banca Centrale Europea. Fra Agosto e Novembre 2011 la Banca d’Italia stima che il rendimento medio sui conti deposito con durata prestabilita fino a 1 anno sia salito di sette decimi di punto percentuale (al 3,1%).5 Tasso lordo a Banca Banca IFIS IBL Banca IW Bank (Ubi Banca) Banca Carige WeBank.it Fineco (Unicredit Group) Banca Sella Banca Mediolanum CheBanca! (Mediobanca) You Banking (Banco Popolare) Intesa San Paolo Cariparma Svincolabile a 13 mesi (solo per SMEs) Svincolabile a 24 mesi (minimo 20000€) 5% 4% Tipologia di deposito non svincolabile, 2 anni non svincolabile, 2 anni non svincolabile, 2 anni Svincolabile, 2 anni Svincolabile a 1 anno Svincolabile a 18mesi (minimo 5000€) svincolabile a 18mesi Svincolabile a 1 anno Svincolabile a 1 anno Svincolabile a 18 mesi (minimo 5000€) scadenza 5,1% 4,5% 4,3% Fino al 4,5% 4,5% 4,3% 4,5% 4,25% 4% 4,3%

Oltre ai conti deposito, nel 2011 e ancora all’inizio del 2012, le banche offrono massivamente alla loro clientela retail obbligazioni bancarie a medio termine a tassi relativamente elevati. Su stime della Banca d’Italia il rendimento medio delle nuove emissioni di obbligazioni a tasso fisso è salito di sei decimi al 4,3%, mentre è diminuito di cinque decimi per le nuove emissioni di obbligazioni a tasso variabile (3,3%).6

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Dati raccolti sui siti internet delle banche elencate a titolo esemplificativo, dati di Gennaio 2012. Banca d’Italia, Gennaio 2012, Bollettino Economico n° 67, pag.30 6 Banca d’Italia, Gennaio 2012, Bollettino Economico n° 67, pag.30

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Questi dati testimoniano inequivocabilmente che il fabbisogno di liquidità degli istituti di credito italiani è così elevato che sono costrette a ottenerla dalle famiglie a tassi più elevati rispetto a quelli con cui le altre banche europee possono accedere al mercato interbancario. Inoltre le banche italiane, di fronte a un mercato interbancario pressoché “congelato”, pagano anche il rischio Paese elevato: il differenziale di rendimento dei titoli di stati italiani a 10 anni rispetto a quelli tedeschi a 10 anni (il “famigerato” spread Btp-Bund) è salito rapidamente nella seconda metà del 2011, giungendo a picchi di 550 nel mese di Novembre e mantenendosi su valori comunque altalenanti tra 350 e 450 anche nel primo semestre del 2012. Le tensioni sul debito sovrano colpiscono anzitutto i titoli in portafoglio delle banche, da sempre primi investitori del debito pubblico italiano7, e inoltre mina la credibilità stessa degli istituti nazionali, andando così a peggiorare la già critica situazione del mercato interbancario europeo. A queste paradossali condizioni è difficile svolgere per le banche commerciali italiane il loro vero e proprio core business, ovvero quello di raccogliere fondi nel mercato all'ingrosso (interbancario) e prestarlo al dettaglio a famiglie e imprese. Il venir meno di una rilevante parte di raccolta all’ingrosso avrebbe reso necessario per le banche lo smobilizzo di una parte rilevante dell’attivo, restringendo il credito e vendendo titoli (con potenziali ingenti perdite). Il rifinanziamento dell’Eurosistema ha fortemente evitato ciò, scongiurando così effetti sistemici molto gravi. Nella prima operazione a tre anni del 21 dicembre 2011, l’Eurosistema ha fornito alle 523 banche dell’area finanziamenti lordi per circa 489 miliardi di euro, pari a 210 miliardi circa netti se si tiene conto della minore domanda nelle altre operazioni a più breve termine.8 Con la seconda operazione, tenutasi il 29 febbraio 2012, cui hanno partecipato 800 banche, sono stati assegnati fondi per 530 miliardi (circa 310 netti). I finanziamenti erogati dalla Banca d’Italia alle sue controparti nelle due operazioni sono stati pari rispettivamente a 116 e 139 miliardi (circa 60 e 80 netti). Sono state inoltre ampliate la attività stanziabili a garanzia nelle operazioni di rifinanziamento, per permettere alle banche di aver sufficiente collaterale a fronte degli ingenti impegni. Son stati ridotti i requisiti di rating per alcune asset-back securities. È stato inoltre ridotto il coefficiente di riserva obbligatoria, liberando così circa 12 miliardi di Euro in capo alle banche italiane. Si auspica che queste misure possano avere effetti benefici sul credito alle imprese, anche se tale effetto non è immediatamente valutabile a causa dei ritardi nella trasmissione delle decisioni di politica monetaria: infatti gli effetti delle misure in seguito al dissesto di Lehman Brothers si sono
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Le banche italiane hanno in portafoglio titoli di stato italiani per 281,7mld di €. Dati di Febbraio 2012; Bollettino Economico n°68, Aprile 2012
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Fonte: Banca d’Italia, Bollettino Economico n°68, Aprile 2012

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verificati dopo qualche trimestre. Inoltre non si deve trascurare la debolezza della domanda e il merito creditizio delle imprese.

Il costo del credito L’aumento del costo del funding sia sul mercato interbancario che su

quello al dettaglio, il rischio Paese, la

difficoltà di rientro delle sofferenze (si veda il capitolo successivo) che rischia di essere ancora più lento a causa della congiuntura debole e le ricapitalizzazioni richieste dall’EBA ai

grandi gruppi bancari, hanno spinto gli

intermediari a trasferire gli aggravi sui clienti, causando l’aumento del costo del credito. Secondo i dati forniti dal Bollettino
Figura 15 Fonte: Il Sole24Ore del 4 Novembre 2011, “L’effetto spread pesa sulle PMI”

Economico

della Banca d’Italia da Giugno ad Agosto il

costo medio dei nuovi finanziamenti alle imprese è aumentato dello 0,5%, passando al 3,4%. Incremento che ha riguardato sia prestiti di importo superiore al milione di Euro e –in maggior misura- quelli di importo inferiore (4,2%). Tra le cause un ruolo importante è stato ricoperto dalle difficoltà nella raccolta da parte delle banche italiane.

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Il peso sui bilanci bancari a causa delle tensioni sul mercato dei Titoli di Stato Italiani ha fatto sì che tra Agosto e Novembre il costo medio dei nuovi finanziamenti alle imprese salisse ancora dello 0,4%, giungendo al 3,9%9. Per i mutui l'effetto è ancora più pesante poiché scontano scadenze molto più lunghe rispetto ai crediti commerciali e le banche hanno stretto i criteri di erogazione sui crediti a lungo termine per timore di non riuscire a finanziarsi con pari scadenze. È difficile quantificare l’entità dell’effetto delle tensioni sul debito sovrano sul rialzo dei tassi d’interesse, perché ogni banca adotta la propria politica creditizia e ha esposizioni in titoli di stato diverse. Alcune banche possono scegliere di operare temporaneamente in perdita pur di mantenere i volumi erogati, altre preferiscono aumentare i tassi d’interesse a livelli proibitivi per certe imprese. Inoltre le banche più grandi usano modelli di valutazione del merito creditizio che si fondano sull’utilizzo delle cosiddette hard information e quindi sono in grado di prezzare più adeguatamente il rischio tramite modelli di rating interni di tipo advanced. Invece le banche -spesso ma non sempre necessariamente più piccole- che instaurano una forte e duratura relazione con la clientela, privilegiano la valutazione del merito creditizio su informazioni di natura qualitativa (soft information), cercando di acquisire informazioni rilevanti, ma non pubblicamente disponibili, riuscendo così a finanziare imprese più “opache”, che in base ai soli dati quantitativi non avrebbero potuto accedere al finanziamento. In queste banche caratterizzate dal cosiddetto relationship lending, si è riscontrata la tendenza a far meno leva sul binomio tassi d’interesse-rischio di credito anche in periodo di crisi. Riguardo alla tempistica con cui le diverse banche tendono ad aggiornare i tassi in relazione ai peggioramenti dei meriti creditizi e quindi –per via indiretta- in relazione all’andamento congiunturale delle imprese, le banche più decentralizzate, in cui c’è poca distanza tra organi decisionali e clientela locale, si favorisce la tendenza a percepire un peggioramento del merito creditizio prima della crisi. Infatti le banche decentrate sono state in grado di prezzare il rischio più puntualmente.10 Uno studio pubblicato in un articolo de Il Sole 24 Ore del 12 Novembre 2011 ha cercato di mettere in evidenza il legame tra spread Btp-Bund e il tasso sui finanziamenti alle imprese al netto dell’Euribor a 3 mesi.

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Fonte: Bollettino Economico della Banca d’Italia, Gennaio 2012 Per ulteriori approfondimenti: Banca d’Italia (Luglio 2011),“An unexpected crisis? Looking at pricing effectiveness of different banks”
10

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Ipotizzando un mutuo a tasso variabile a media scadenza indicizzato all’Euribor a 3 mesi dell’importo di 1 milione di €, a fine 2010 si pagavano interessi approssimativamente per € 28.500, con un spread medio sull’Euribor3m pari a 180 basis points. Sempre a fine 2010 il differenziale di rendimento tra Btp e Bund si aggirava su valori attorno ai 174 punti base. A Novembre 2011, con lo spread Btp-Bund a quota massima pari a 550, lo spread applicato sul prestito in questione sarebbe su livelli pari al 4% per imprese con un buon merito creditizio, fino al 6% per le imprese più indebitate e con margini di redditività in calo. Il calcolo della spesa per interessi lieviterebbe a valori compresi tra 57.700€ e 74.700€ a seconda del merito creditizio. Non si può quindi formulare un’ipotesi di correlazione lineare, perché tanti fattori incidono sui livelli dello spread applicati ai finanziamenti, ma un legame approssimato lo si evince dal grafico della figura n°16. Con la diminuzione dello spread in seguito all’insediamento del governo Monti, con spread sceso a 462 i giornalisti del Sole 24 Ore hanno calcolato spread ipotetici sul prestito in analisi compresi tra valori pari al 3,56% e 5,56%.

Figura 16. Fonte: elaborazione personale su dati Sole 24 Ore del 12/11/2011

Questa breve riflessione mostra come fattori esterni, persino legati a fenomeni politici se non mediatici, possano avere indirettamente effetto su una delle principali componenti del mercato creditizio alle quali le imprese sono più sensibili: i tassi d’interesse.

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La qualità del credito11
I dati pervenuti alla Banca d’Italia nel corso del 2011 hanno registrato un consistente flusso di nuove sofferenze rettificate. Tale flusso, al netto dei fattori stagionali e in ragione d’anno, è stato pari al 3% dei prestiti alle imprese, in aumento rispetto al primo trimestre del 2011. Il deterioramento è stato più intenso nel Mezzogiorno. Gli studi della Banca d’Italia sulla base dei dati forniti dalla Centrale Rischi mostrano che a Dicembre 2012 la probabilità di ingresso in sofferenza entro 1’anno è più elevata al Centro, al Sud e soprattutto nelle Isole, con picchi superiori al 4%. La media italiana si attesta a un valore pari a circa il 2%, comunque in linea col dato di Dicembre 2011. (fig.17b) I crediti alle imprese in difficoltà (esposizioni incagliate e ristrutturate) sono aumentati nel corso del 2011 superando la quota del 6,0%, come si evince dalla figura 17c. Restringendo gli studi sulla qualità del credito ai principali gruppi bancari del Paese (Unicredit, Intesa San Paolo, Monte Paschi di Siena, Banco Popolare e UBI Banca) i crediti deteriorati (sofferenze, incagli, esposizioni ristrutturate o scadute), al netto delle rettifiche di valore, rappresentavano il 65% del patrimonio di vigilanza, registrando un aumento del 3% rispetto alla fine del 2010. Il tasso di copertura dei crediti in sofferenza (rapporto tra rettifiche e ammontare lordo delle sofferenze) era pari al 56,8%, inferiore del 6% rispetto ai valori medi pre-crisi. Secondo le stime della Banca d’Italia, sarebbero necessari accantonamenti per circa 5,5 miliardi di Euro (pari a circa lo 0,4% delle esposizioni creditizie dei 5 gruppi bancari) per riportare il tasso di copertura ai valori pre-crisi. Analizzando gli indici di qualità del credito si può constatare che solo per 6 gruppi bancari di piccola dimensione (cui corrisponde circa il 5% dei prestiti totali) sono particolarmente sfavorevoli, in quanto presentano un rapporto sofferenze-impieghi del 7,4%, contro un 6,3% di media nazionale e un tasso di copertura del 45,8%, minore della media nazionale pari a 56,1%. Tale dinamica al rialzo delle sofferenze rischia di aumentare con la contrazione dell’attività economica prevista per il 2012 e il 2013, nonché per via degli aumenti dei tassi d’interesse applicati dalle banche. Infine bisogna considerare il ritardo con cui in passato è sempre aumentato il numero dei crediti inesigibili rispetto alla fase recessiva, nonché rispetto alla fase iniziale della ripresa. Inoltre, il ritardo con cui i bilanci delle imprese affidate -spesso solo annuali- registrano gli effetti della

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Capitolo basato su dati Banca d’Italia, Rapporto sulla stabilità finanziaria n°1, Aprile 2012.

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recessione provocheranno nei prossimi mesi un deterioramento del merito di credito stimato dalle banche mediante sistemi automatici di valutazione del merito creditizio. Un impulso al calo dei rischi potrà derivare dalle recenti misure di sostegno dei finanziamenti bancari (come le moratorie ad esempio, e a proposito si rinvia all’apposito paragrafo nel capitolo 5), che in passato si sono rivelate utili a mitigare le difficoltà delle imprese.

Figura 17 Fonte: Banca d’Italia, Rapporto sulla stabilità finanziaria n°1, Aprile 2012

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Il punto di vista delle imprese
A completare l’analisi è utile fornire una visione d’insieme dal punto di vista delle imprese anziché di quello delle banche. Indagini regolarmente condotte presso le imprese circa le condizioni della domanda e dell’offerta di credito sono svolte: 1) dalla Banca d'Italia congiuntamente con Il Sole 24-Ore nell’ambito dell’indagine trimestrale sulle aspettative di inflazione e crescita da parte delle imprese dell’industria e dei servizi con almeno 50 addetti; 2) dalla Banca d'Italia due volte l’anno (una prima volta tra Febbraio e Aprile mediante l’Indagine campionaria e una seconda in autunno attraverso il Sondaggio congiunturale) presso le imprese industriali e dei servizi con 20 o più addetti 3) dalla BCE con il sondaggio sul finanziamento delle piccole e medie imprese (PMI) nell’area dell’Euro, condotto per la prima volta nel 2009. Queste indagini, che ho scelto di riportare di seguito, differiscono quanto a numerosità e

composizione dei campioni utilizzati, nonché quanto a metodologia utilizzata nei questionari. Pertanto non è possibile unire quantitativamente i dati raccolti, ma è possibile confrontare i risultati solo da un punto di vista qualitativo.

1)Indagine Banca d’Italia – Il Sole 24 Ore sulle aspettative di inflazione e crescita. Questa indagine è condotta trimestralmente tramite sondaggi a circa 750 aziende con più di 50 dipendenti, escluse le imprese di costruzioni e agricole. Tra i dati raccolti a Dicembre 2011 riporterò il giudizio delle imprese sulle condizioni di accesso al credito e sulle condizioni per realizzare i piani di investimento programmati rispetto al secondo trimestre del 2011, poiché riflettono rispettivamente dei fattori determinanti dell’offerta e della domanda del credito. Come si evince dalla figura n° 18 quasi la metà delle aziende (49,7%) riporta un peggioramento delle condizioni di accesso al credito negli ultimi tre mesi: in netto peggioramento dal 28,6 per cento della precedente indagine e quindi in crescita rispetto a fine 2010 e inizio 2011. Solo il 2,0 % (dal 3,4 della precedente rilevazione) delle imprese intervistate le giudica migliorate.

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Figura 18

Condizioni di accesso al credito rispetto al trimestre precedente

Dal punto di vista delle determinanti della domanda, è utile analizzare le risposte delle aziende per quanto riguarda le condizioni per investire nell’ultimo trimestre: anche qui i giudizi sono al ribasso: circa due terzi delle aziende intervistate, contro la metà dell’indagine di settembre, le ritiene peggiorate. Non emergono particolari differenze tra Nord, Centro e Sud Italia. Dalla tabella della figura n°20, si può agevolmente osservare che il peggioramento netto si sia registrato soprattutto tra Giugno e Settembre, con un salto dal 20,7% al 50,5%. Non a caso in questo periodo si sono acuite le tensioni sui mercati finanziari e sul debito sovrano.

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Figura 19.

Condizioni per investire rispetto al trimestre precedente

2) Sondaggio congiunturale sulle imprese industriali e dei servizi (Ottobre 2011) Si tratta del diciannovesimo sondaggio congiunturale condotto dalle filiali della Banca d’Italia, intervistando 4.078 imprese con almeno 20 addetti, di cui 2.916 appartenenti all’industria in senso stretto e 1.162 ai servizi privati non finanziari. I questionari comprendono domande sull’occupazione, l’andamento dell’attività e l’indebitamento e quesiti riguardanti temi d’attualità. Per quanto riguarda la domanda di credito, le aziende che segnalano un aumento del fabbisogno di risorse finanziarie esterne nel 2011 (28%) sono oltre il doppio di quelle che ne prevedono una diminuzione (12%). Le imprese chimiche registrano il maggiore fabbisogno di risorse esterne. Per quanto riguarda le condizioni di offerta in generale, il 39,3% delle imprese intervistate ritiene che vi sia stato un peggioramento, mentre il 54,2% ritiene che siano stabili. Più nel dettaglio, si conferma l’aumento dei tassi d’interesse bancari (55%). La maggior parte delle imprese non ha subito variazioni circa le garanzie richieste a copertura dei finanziamenti e circa il
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tempo di erogazione dei nuovi finanziamenti. Meno positivo il dato sulla possibilità di ottenere nuovi finanziamenti: il 26,9% ritiene che vi sia stato un peggioramento. Analizzando le differenze settoriali si riporta che i settori che hanno segnalato in maggior misura i peggioramenti delle condizioni di indebitamento sono soprattutto il tessile e il chimico, ma anche il metalmeccanico. (figura n° 20)
Figura 20

Condizioni di indebitamento per attività economica

3) Sondaggio della Banca Centrale Europea sulle finanze delle PMI dell’Unione Europea Questo sondaggio è stato realizzato selezionando un campione di circa 15.000 piccole e medie imprese dell’Unione Europea. Per PMI si intende un’impresa avente meno di 250 dipendenti, così come detta la disciplina comunitaria. Ho selezionato solo i dati che ho ritenuto più significativi ai fini dell’analisi in corso relativi all’Italia, affiancati dalla media UE 27.
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Come si evince al punto 1 e 2 della figura 21, solo il 56,6% delle imprese selezionate ha richiesto uno scoperto di conto corrente o una linea di credito revolving e l’ha ottenuta pari all’importo richiesto. Per quanto riguarda i mutui il 60,6%. Le rimanenti imprese hanno ricevuto il finanziamento in misura minore oppure ( il 7,9% per i finanziamenti di cui al punto 1 e il 2,8% per i mutui ) hanno rifiutato per via dei tassi troppo elevati. Infine per il 7,9% e il 10,6% delle imprese la richiesta è stata declinata da parte della banca.
QUESTIONS 1) bank overdraft and revolving lines Applied and got everything Applied and got most of it [BETWEEN 75% AND 99%] Applied but only got a limited part of it [BETWEEN 1% AND 74%] Applied but refused because cost too high Applied but was rejected DK/NA 2)Bank loans Applied and got everything Applied and got most of it [BETWEEN 75% AND 99%] Applied but only got a limited part of it [BETWEEN 1% AND 74%] Applied but refused because cost too high Applied but was rejected DK/NA EU 27 % % % % % % % % % % % % 60,6 8,2 12,7 3,5 10 4,9 62,9 7,5 9,5 3,7 10,9 5,5 Italy 56,6 9,6 17,4 5,1 7,9 3,4 60,6 8,6 13,9 2,8 10,6 3,5

Per quanto riguarda i costi si segnala l’aumento sia a livello di tassi di interesse (74,8% delle imprese intervistate) che sulle commissioni bancarie (62,9%). Dato maggiore rispetto alla media europea. (punto 3 e 4 della figura 21) Al 33,5% delle imprese del campione è stato richiesto nel corso dell’ultimo anno un aumento delle garanzie a copertura dei finanziamenti, in linea con la media europea. (punto 5) Il 32,9% ha segnalato un peggioramento delle condizioni di offerta del credito a livello di covenants richiesti, informazioni contabili e societari richieste dalla banca e tempo per l’approvazione della pratica. (punto 6)
3) Interest rates Was increased by the bank Remained unchanged Was decreased by the bank Net Increased No answer DK/NA 31

% % % % % %

52,2 33,3 7,9 44,3 1 5,6

74,8 18,5 1,1 73,8 5,6

4) Other costs of financing (fees,charges, commissions) Was increased by the bank Remained unchanged Was decreased by the bank Net Increased No answer DK/NA 5) Collateral requirements Was increased by the bank Remained unchanged Was decreased by the bank Net Increased No answer DK/NA 6) Covenants, information requirements, time for approval Was increased by the bank Remained unchanged Was decreased by the bank Net Increased No answer DK/NA

% % % % % % % % % % % % % % % % % %

47,6 42,6 3,8 43,8 1 5,1 33,1 55,5 3,4 29,7 3,1 4,9 29,3 55,7 3 26,4 4,9 7,1

62,9 32,8 0,5 62,3 3,8 33,5 59,2 2,7 30,8 1,7 3 32,9 59,7 2,1 30,8 1,8 3,5

Il 39,4% delle PMI ritiene che il peggioramento delle condizioni macroeconomiche generali abbia avuto un impatto negativo sull’accesso al credito (punto 7) L’opinione delle imprese circa la predisposizione delle banche a concedere finanziamenti è negativa: solo l’8,7% segnala un miglioramento. (punto 8) Per quanto riguarda la motivazione alla base del prestito il 42,9% è per il finanziamento del circolante, il 47,5% per investimenti in immobilizzazioni materiali. Poco rilevante (2,6%) è il peso delle acquisizioni aziendali come si evince dal punto 9. Infine i principali ostacoli incontrati dalle imprese intervistate ai fini dell’ottenimento del finanziamento sono stati principalmente la mancanza di idonee garanzie e il costo troppo elevato.
7) Impact of the Economic outlook on availability of external financing Improved % Remained unchanged % Deteriorated % Net Improved % DK/NA % 8) Willingness of banks to provide a loan Improved %

12,3 38,5 42,5 -30,3 6,8 12,8

11,9 43,5 39,4 -27,5 5,2 8,7

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Remained unchanged Deteriorated Net Improved NOT APPLICABLE TO MY FIRM DK/NA 9) Purpose of the loan Working capital Land/ buildings or Equipment/vehicles Research and development or intellectual property Promotion Staff training Buying another business Other DK/NA 10) Main obstacles to get financing from banks There are no obstacles Insufficient collateral or guarantee Interest rates or price too high Reduced control over the firm Financing not available at all Other DK/NA
Figura 21. Fonte: European Central Bank, “EU SMES’s access to finance”

% % % % % % % % % % % % % % % % % % % %

32,8 27,1 -14,4 21,7 5,6 45,6 43,6 4,6 3,1 2,6 4 13 0,3 35,4 21,7 19,5 2,7 6,1 9,9 4,8

39,6 28 -19,3 18,1 5,7 42,9 47,5 5,9 2 3,2 2,6 8,3 0,7 27,4 28,2 28,7 0,7 8 4,3 2,7

In conclusione, tutti e 3 i sondaggi confermano tensioni sia sull’offerta che sulla domanda del credito. Minor domanda è dovuta alla revisione al ribasso dei piani di investimento. Gran parte della domanda è per ristrutturare il debito e per finanziare il circolante. Tensioni dal lato dell’offerta sono rintracciabili per lo più nell’aumento generalizzato dei tassi d’interesse applicati dalle banche e dalle maggiori garanzie richieste (anche se riguardo alle garanzie i sondaggi sono discordanti, per lo più si ipotizza per via delle differenze campionarie). Le imprese segnalano quindi un peggioramento delle condizioni di accesso al credito. Come riporta il rapporto tra le banche e le imprese di piccole e medie dimensioni, che emerge dall'indagine realizzata dall'Istituto Swg per la Confederazione nazionale degli artigiani e della Piccola e Media Impresa (CNA)12, oltre 1,5 milioni di imprenditori, su un totale di 4,1 milioni di

12

Da Il Sole 24Ore (8 Gennaio 2012), “Credit Crunch: allarme Cna, per le Pmi ottenere un prestito è sempre più difficile”

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imprenditori che rappresenta il 95,3% delle imprese italiane, dichiara di aver avuto difficoltà ad accedere al credito. A confermare i dati dal punto di vista delle
Per sostenere l’azienda nel periodo di crisi/mancanza di liquidità Per nuovi investimenti (promuovere prodotti, nuovi macchinari)

banche, le difficoltà sembrano essere più
42,1%

evidenti per le imprese del Sud Italia e per il settore delle costruzioni. Difficoltà anche per le imprese che aspettano

36,8%

pagamenti dalla pubblica amministrazione con scadenza oltre i 60 giorni e per le micro imprese

Per ampliarsi o acquistare immobili

21,1%

con un numero di dipendenti da 1 a 9 (situazione più grave per il 79%). Come si evince dal grafico della figura n° 22, sono confermate le determinanti della domanda di credito dal punto di vista delle banche:

Figura 22 Fonte: Il Sole 24Ore (8 Gennaio 2012), “Credit

Crunch: allarme Cna, per le Pmi ottenere un prestito è sempre più difficile”

maggiore peso è dedicato infatti al sostegno dell’azienda (ristrutturazioni del debito e supporto al fabbisogno di liquidità). Le previsioni degli imprenditori per il futuro - conclude Cna – non sono assolutamente ottimistiche. Nella maggioranza degli intervistati (58%), è netta la previsione di un peggioramento dei rapporti con le banche. Da un punto di vista di dimensione aziendale, il futuro sembra essere particolarmente critico per le piccole imprese (20-49 addetti) e per le micro-imprese (da 5 a 20 addetti). Stando ai sondaggi, quasi otto intervistati su dieci, guardano con preoccupazione all’attuale rapporto con le banche e, per la maggioranza degli intervistati, nei prossimi mesi la situazione peggiorerà ulteriormente. Il 78% delle PMI ritiene la stretta creditizia attuale decisamente peggiore rispetto a quella del 2008 e 2009, nonostante i dati sul mercato creditizio siano di gran lunga migliori rispetto a quelli del biennio 2008-9.

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Una valutazione d’assieme
Dopo aver analizzato l’ampia gamma di dati a disposizione, si può cercare di rispondere al quesito: “C’è stato un credit crunch nel 2011?” Riprendendo la definizione di Bernanke e Lown, dovrebbe esserci stato un calo dell’offerta dovuto a scelte o vincoli interni delle banche, quindi non causata dal peggioramento del merito creditizio dei debitori. Prima di analizzare le determinanti dell’andamento dell’offerta nel 2011, bisogna isolare gli effetti di domanda sulla dinamica del credito. Nel 2011 non ci sono stati significativi cali della domanda di credito: si è registrata una sostanziale stagnazione, con indici di espansione inferiori allo 0,1% sia per piccole che per grandi imprese. Maggiore calo nelle banche piccole. Più colpito il settore dell’edilizia con contrazioni fino allo 0,2%. Le determinanti della domanda sono state per lo più la ristrutturazione del debito e il fabbisogno di copertura del capitale circolante. Da Settembre a Dicembre 2011 si registra un peggioramento delle condizioni per investire da parte delle imprese. Seguendo il modello del mercato creditizio di cui al punto 1, le variabili che avrebbero potuto causare la stagnazione della domanda sono il tasso sui prestiti (r) e il livello di attività economica (Y).13 Il tasso medio sui prestiti -come si è visto nel capitolo 3.3- è aumentato gradualmente nel corso del 2011. Per le imprese con basso merito creditizio l’aumento dei tassi, in particolare a livello di spread applicato in funzione del merito creditizio, ha influito negativamente in misura maggiore. Secondo il sondaggio della BCE, il 28,7% delle imprese italiane intervistate ha rinunciato al finanziamento a causa dell’elevato costo. Quindi si può affermare che il tasso sui prestiti (r) abbia influito negativamente sulla domanda. Per comprendere invece se il calo dell’attività produttiva, in approssimazione il PIL, abbia inciso sulla domanda, si può analizzare l’andamento dell’indicatore CREDITO/PIL. Se il rallentamento dei prestiti fosse dovuto a un calo della domanda, il rapporto dovrebbe rimanere inalterato, poiché il credito dovrebbe diminuire in linea col PIL. Come si evince dal grafico della figura n° 23, nel corso

13

Escludo dalla seguente analisi la variabile “i”, perché -come accennato nel secondo capitolo- difficilmente il costoopportunità dei finanziamenti alternativi a quelli bancari avrebbe un ruolo determinante nelle dinamiche del mercato creditizio. Non si esclude tuttavia a priori la sua importanza per le imprese medio-grandi che si finanziano sui mercati obbligazionari e azionari.

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del 2011 il rapporto ha avuto un netto calo solo a cavallo tra il 2010 e il primo trimestre del 2011, mentre nel corso dell’anno si è mantenuto all’incirca costante. Inoltre bisogna rammentare che le dinamiche creditizie spesso riflettono in ritardo gli effetti della recessione. Solo con l’analisi dei dati del 2012 si potrà affermare quanto abbia inciso il calo dell’attività produttiva sulla domanda di credito. Comunque si può ipotizzare che il calo dell’attività produttiva abbia influito sul calo della domanda di prestiti, calo che tuttavia sarebbe meglio configurabile come una stagnazione a livello generale e calo in alcuni settori in crisi (come l’edilizia).

Figura 23 Fonte: rielaborazione personale su dati Banca d’Italia, Bollettino Economico e dati Istat sul PIL. I dati sul credito alle imprese del primo semestre del 2012 sono provvisori.

Per quanto riguarda l’offerta di credito, si è arrestata la ripresa registrata a fine 2010. Non vi sono state significative restrizioni delle quantità offerte, però si sono avuti evidenti segnali di peggioramento delle condizioni applicate alle imprese, in aumento da Settembre a Dicembre. Tutti i sondaggi – in misura più o meno marcata- confermano l’aumento del costo del finanziamento in termini di tassi e commissioni, ma anche in termini di maggiori garanzie, covenants più rigidi, maggior richiesta di informazioni contabili. Più colpiti il settore delle costruzioni, il tessile e il chimico, ma anche le altre imprese manifatturiere e le imprese di servizi hanno denunciato un irrigidimento delle condizioni di offerta. Si conferma una maggiore percezione del rischio da parte delle banche e tensioni rilevanti sulla liquidità degli intermediari creditizi, con ripercussioni sulle condizioni d’accesso al credito. Prendendo a riferimento il modello creditizio di cui al capitolo 1, la variabile il cui peggioramento causerebbe il cosiddetto credit crunch, sarebbe CO, ossia le condizioni di offerta. Posto che esse siano
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peggiorate nel corso del 2011 per le motivazioni sopra elencate, bisogna verificare se il mark up s, ossia lo spread, parte integrante di r, abbia risentito anche dell’effetto di

σ, cioè il premio di rischio che

varia in funzione del merito creditizio delle imprese. L’aumento delle richieste di garanzie da parte delle banche può esser segnale dell’aumento della rischiosità della clientela (σ↑), oltre che di maggior avversione al rischio da parte delle banche (CO ↑), che a parità di merito creditizio richiedono maggiori garanzie. Anche gli altri inasprimenti delle condizioni di offerta, come maggiori covenants, quantità di informazioni societarie richieste, richieste di rientro anticipato, politiche di credito selettive, propensione a non finanziare a lunghe scadenze etc… possono essere dovute sia dall’aumento della rischiosità della clientela (σ↑) che da scelte e vincoli interne delle banche (CO ↑). Sono i dati sulla qualità del credito ( si veda il capitolo 3.4 ) a provare l’effettivo peggioramento condizioni operative delle e

finanziarie delle imprese, con inevitabili ripercussioni sul merito creditizio σ.

Secondo i dati forniti dal Cerved Group14, leader in Italia
Figura 25. Fonte: Cerved Group (Gennaio 2012), “Osservatorio trimestrale sulla crisi di impresa”

nell'analisi imprese e

delle

nello sviluppo dei modelli valutazione di del

rischio di credito per gli intermediari creditizi, nel 2011 è proseguita la dei di

crescita fallimenti
Figura 24 Fonte: Cerved Group (Gennaio 2012), “Osservatorio trimestrale sulla crisi di impresa”

14

Cerved Group (Gennaio 2012), “Osservatorio trimestrale sulla crisi di impresa”

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imprese, iniziata con la crisi: si è arrivati a quota 12.094 (+7,4% rispetto al 2010). Gli Insolvency ratio (Ir), indici che misurano la frequenza dei default in termini di numero di fallimenti ogni 10.000 imprese operative, indicano che le aziende più colpite sono state le piccole e medie imprese (precisamente quelle con un attivo compreso tra i 2 e i 10 milioni di euro, con un I.R. di 132,9 punti), seguite poi da quelle con un attivo tra i 10 e i 50 milioni, con un Insolvency ratio a quota 127,2. Nel 2011 è proseguito l'aumento dei fallimenti soprattutto nei servizi (+10% rispetto al 2010) e nelle costruzioni (+7,8%). Dal punto di vista territoriale, la crescita dei fallimenti ha riguardato tutte le aree italiane ad eccezione del Nord Est, in cui il numero delle procedure fallimentari è rimasto ai livelli del 2010. Il numero dei fallimenti del 2011 (circa 12.000) non supera in termini assoluti il record toccato nel 2005 (quando però potevano fallire anche le microimprese prima delle legge fallimentare del 2006), tuttavia -data la maggiore dimensione media delle imprese coinvolte- sono di gran lunga maggiori i costi in termini di posti di lavoro perso e produzione non ottenuta.

Si può quindi affermare con un buon margine di sicurezza che lo spread “s” applicato sui prestiti alle imprese sia aumentato sia a causa di un inasprimento della variabile CO, secondo quanto riportano i dati raccolti presso banche e imprese, sia un peggioramento di σ, come evidenziato dalla breve analisi appena effettuata.
Le tensioni sull’offerta di credito potrebbero proseguire nei prossimi mesi. L’esperienza passata mostra che l’aumento dei crediti inesigibili emerge con ritardo rispetto alla fase recessiva e prosegue ben oltre l’avvio della ripresa. Inoltre, il ritardo con cui i bilanci delle imprese affidate registrano gli effetti della recessione provocheranno nei prossimi mesi un deterioramento del merito creditizio stimato dalle banche mediante sistemi automatici di selezione della clientela. L’effetto congiunto di questi due fattori potrebbe indurre le banche – in particolare le più grandi, che fondano le politiche di impiego su dati quantitativi (hard information) – a mantenere un atteggiamento di cautela nell’offerta di credito, pur in un’eventuale fase di ripresa ciclica.

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Figura 26

DINAMICA DEI PRESTITI BANCARI IN ITALIA (variazioni % sui 12 mesi) 15 16

In sintesi, data l’impostazione dello studio, ritengo che non si possa parlare di un vero e proprio credit crunch nel 2011, così come invece lo era stato nel 2009. Il grafico della figura 26 evidenzia come la dinamica dei prestiti bancari in Italia sia positiva rispetto ai record negativi registrati tra il 2009 e l’inizio del 2010. Indubbiamente, a partire dal secondo semestre la crescita rispetto ai mesi precedenti è diminuita, soprattutto per le piccole imprese, per le quali è tornata negativa a fine anno.

15

Fonte: rielaborazione personale su dati Banca d’Italia (Aprile 2012), Appendice statistica al Bollettino Economico n°68.
16

Nota metodologica: i prestiti escludono i pronti contro termine e le sofferenze. Le variazioni % sono corrette per tenere conto dell’effetto contabile delle cartolarizzazione e delle riclassificazioni. Per imprese piccole si intendono società in accomandita semplice e società in nome collettivo con meno di 20 dipendenti. Per famiglie produttrici si intendono società semplici, società individuali o di fatto con meno di 5 addetti. I dati di febbraio 2012 sono provvisori.

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Allarmanti sono però i dati di febbraio 2012, tornati in negativo anche per le imprese medio-grandi e per le famiglie produttrici (si veda la nota a piè pagina n°16). Tra le cause maggiori di questa dinamica al ribasso, le tensioni sui titoli di stato italiani nella seconda metà del 2011, che -ripercuotendosi sugli intermediari creditizi- hanno indotto un razionamento del credito sia dal punto di vista della domanda per via dell’aumento dei tassi d’interesse e sia dal punto di vista dell’offerta con condizioni più selettive e onerose sui finanziamenti. Come si intuisce dalla semplice figura n°27, nel 2011 il mercato del credito è stato

Figura 27

VARIABILI DEL MERCATO DEL CREDITO NEL 2011

influenzato sia da fattori d’offerta che di domanda, che però non hanno causato una stretta in termini di quantità come evidenziano i dati del grafico della figura n°26.

Quindi, le condizioni d’offerta più restrittive (CO ↑) assieme ai peggioramenti del merito creditizio delle imprese (σ ↑) hanno causato l’aumento dei tassi d’interesse applicati sui prestiti (r ↑). L’aumento dei tassi ha influito sulla domanda: infatti molte imprese hanno rinunciato o rinunceranno a causa dei costi troppo elevati, causando una sostanziale stagnazione della domanda, peggiorata inoltre dall’allentamento dell’attività produttiva (Y ↓).

Secondo le stime della Banca d’Italia, contenute nel Rapporto sulla stabilità finanziaria di Aprile 2012, il credito alle imprese continuerebbe a decelerare per larga parte del 2012, per l’effetto
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ritardato del deterioramento delle condizioni di offerta osservato alla fine dello scorso anno e del rallentamento degli investimenti. La successiva ripresa rifletterebbe il lento miglioramento dell’attività produttiva e il connesso aumento del fabbisogno finanziario. Gli interventi delle autorità sia nazionali sia internazionali hanno contribuito a migliorare le condizioni di offerta di credito. In base a dati più recenti riferiti ai primi mesi del 2012, i tassi di interesse praticati alle imprese stanno tornando a ridursi; inoltre, le maggiori banche hanno manifestato, nell’ambito di sondaggi recenti condotti dalla Banca d’Italia, l’intenzione di impiegare parte dei fondi ottenuti dall’Eurosistema per riavviare gli impieghi a famiglie e imprese. L’indagine trimestrale sul credito bancario in Italia (Bank Lending Survey) indica per il primo trimestre 2012 un netto miglioramento dei criteri di offerta dei prestiti. I miglioramenti delle condizioni di offerta potranno riflettersi positivamente sulla domanda di credito. Tuttavia la normalizzazione sarà possibile solo a condizione che il calo dei tassi sui titoli di stato e il miglioramento della situazione dei mercati finanziari si confermino nei mesi a venire. La ripresa del mercato creditizio inoltre sarà inevitabilmente graduale, per via della debolezza congiunturale e dell’aumento dei coefficienti patrimoniali delle banche. Le previsioni sono caratterizzate da elevata incertezza. La dinamica del credito potrebbe risentire in primo luogo di un possibile peggioramento del quadro macroeconomico. Inoltre, le tensioni sul finanziamento delle banche, ora sopite dagli interventi di natura straordinaria dell’Eurosistema, potrebbero riemergere, inducendo gli intermediari a limitare la concessione dei prestiti nella seconda metà del 2012; nello stesso senso potrebbero spingere un eventuale ulteriore deterioramento della qualità del credito e le connesse pressioni alla difesa del grado di patrimonializzazione. Questi effetti potrebbero essere in parte controbilanciati da un riassorbimento dei vincoli all’offerta di credito più rapido di quanto ipotizzato, anche in relazione all’eccezionalità delle misure adottate dall’Eurosistema.

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Possibili soluzioni
Sebbene nel 2011 non si sia evidenziata la presenza di un vero e proprio credit crunch, il rischio che si manifesti nel corso del 2012 col proseguire delle tensioni finanziarie e l’inasprimento della recessione economica, rendono necessari provvedimenti atti a rafforzare il credito, nelle sue determinanti di offerta e di domanda. Elencherò quindi di seguito alcuni cenni a misure o alternative già adottate o che sarebbe opportuno adottare. L’obiettivo di fondo è sia cercar di trovare dei supporti al mercato creditizio bancario, ma anche cercare di trovare alternative concrete al fine di garantire alle imprese una copertura del fabbisogno finanziario e un percorso di sviluppo e crescita sia nel breve che nel lungo periodo, anche indipendente dal tradizionale canale creditizio-bancario.



Superare la recessione e le tensioni sul debito sovrano

Sembra scontato affermare che il superamento della recessione in primis possa risolvere le tensioni sul mercato del credito, ma dai dati statistici risulta evidente che il peggioramento del mercato creditizio sia iniziato nel secondo semestre del 2011 in corrispondenza con l’inizio delle tensioni sul debito sovrano e –dati i ritardi con cui spesso si manifesta l’impatto sulla domanda e offerta di credito- c’è il concreto rischio di un peggioramento nel 2012 e 2013. Il ripristino della fiducia nella capacità dello Stato di onorare il proprio debito potrebbe ridurre i costi di finanziamento per famiglie e imprese; l’andamento dei tassi di interesse e del credito dipende però anche dall’evoluzione delle condizioni dei mercati finanziari internazionali e dalle decisioni assunte a livello europeo. Per il nostro Paese gli scenari possibili variano molto e dipendono dagli sviluppi della crisi del debito sovrano e dai suoi riflessi sulla capacità di prestito delle banche. Per questo Banca d’Italia ipotizza due scenari macroeconomici: uno in cui la situazione in cui l’economia italiana versava nell’ultimo trimestre del 2011 si mantiene costante nel 2012 e un secondo in cui le tensioni si allentano. Nel primo scenario (figura 28) il PIL si ridurrebbe dell’1,5 per cento nella media di quest’anno, dopo essere aumentato dello 0,4 nel 2011. L’attività economica tornerebbe a crescere a partire dal primo trimestre del 2013 anche se, per effetto della flessione stimata per quest’anno, la variazione
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media del PIL risulterebbe nulla nel 2013. Rispetto allo scenario ipotizzato a Luglio, le nuove proiezioni sono state riviste al ribasso, per via dell’inasprimento delle condizioni di finanziamento, del peggioramento del quadro macroeconomico internazionale. In un secondo scenario (figura 28), si ipotizza una regolarizzazione delle condizioni dei mercati finanziari e creditizi, connessa con il ripristino della fiducia degli investitori nella capacità dello Stato italiano di onorare il proprio debito e, allo stesso tempo, nella piena implementazione delle misure europee. Rispetto all’ipotesi tecnica di spread invariati sui titoli di Stato di cui al primo scenario, si assume una riduzione dei costi di finanziamento del settore pubblico con rendimenti dei BTP a 10 anni inferiori di 200 punti base rispetto a Gennaio 2012, riportandosi così attorno ai livelli registrati in media nell’estate scorsa (si veda il grafico di cui alla figura n° 29); si attenuerebbero le difficoltà di provvista delle banche e quindi anche quelle tensioni sull’offerta di credito, che si sono

manifestate nella seconda metà del 2011.
Figura 28. Fonte: Banca d’Italia, Gennaio 2012, Bollettino Economico n° 67; cap. 3.10

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F igura 29. Fonte: www.traderlink.it

In questo scenario l’attività produttiva fletterebbe in misura significativa nel primo trimestre del 2012, però si stabilizzerebbe nella parte finale dell’anno e tornerebbe a espandersi nel 2013. In media d’anno il PIL diminuirebbe dell’1,2 per cento nel 2012 e si espanderebbe dello 0,8 nel 2013. Grazie ai più bassi costi di finanziamento e alla maggior disponibilità di credito, gli investimenti diminuirebbero in misura meno marcata nel 2012 e si espanderebbero del 5% circa nel 2013. In entrambi gli scenari le tre manovre correttive disposte tra Luglio e Dicembre hanno e avranno un ruolo essenziale, permettendo di conseguire nel 2013 un avanzo primario pari al 5 per cento del PIL e una prima riduzione del rapporto debito/PIL. Secondo le valutazioni ufficiali, la manovra riduce l’indebitamento per oltre 20 miliardi di euro (1,3 punti percentuali del PIL) in ciascun anno del triennio 2012-14. Inoltre, essa reperisce le risorse (circa 15 miliardi nel 2013) necessarie a finanziare un insieme di interventi per stimolare la crescita e ridimensionare quella parte della riduzione del disavanzo che era stata rinviata all’attuazione della riforma fiscale e assistenziale. La correzione deriva in larga misura da aumenti di entrate; i risparmi di spesa sono però crescenti nel triennio; le misure in materia previdenziale avranno pieno effetto su un arco temporale ampio. Nel complesso, le tre manovre correttive disposte tra Luglio e Dicembre hanno effetti per circa 80 miliardi di Euro e dovrebbero assicurare nel 2013 un avanzo primario nell’ordine del 5 per cento del PIL. C’è molta incertezza attorno alle possibili evoluzioni dello scenario macroeconomico italiano nonché europeo e tale aleatorietà è strettamente legata all’evoluzione della crisi del debito sovrano
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nell’Eurozona. Ulteriori, elevati rischi al ribasso per l’attività produttiva non possono essere esclusi: un peggioramento della fiducia nella capacità della governance europea di affrontare la crisi del debito potrebbe avere conseguenze molto gravi sui tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento, con risvolti ben più gravi di quelli ipotizzati negli scenari. Un ruolo cruciale avranno i vertici dell’Unione Europea nel gestire la situazione greca al fine di scongiurarne il default. Una simile evento potrebbero essere l’incipit per una disgregazione dell’unione monetaria a partire dai Paesi le cui finanze sono più deboli, ovvero Grecia, Portogallo, Irlanda, ma anche Spagna e Italia. Secondo le stime del Centro Studi Confindustria17, le violenti ricadute della disgregazione della moneta unica avrebbero conseguenze gravissime. Stando a delle simulazioni riguardanti le quattro maggiori economie dell’Eurozona, nel primo anno il PIL crollerebbe tra il 25% e il 50%, svanirebbero tra i sei e i nove milioni di posti di lavoro in ciascuna di esse, i deficit e i debiti pubblici raggiungerebbero valori da immediata insolvenza, perfino in Germania. Sta alle autorità europee implementare delle misure idonee - la cui discussione esula dall’oggetto di questo studio - a scongiurare simili eventi. Effetti più favorevoli sulle prospettive di crescita potrebbero invece derivare dall’approvazione delle misure strutturali per il rilancio dell’economia italiana in corso di definizione, peraltro non incluse negli scenari ipotizzati dalla Banca d’Italia. Tali misure potrebbero essere in grado di stimolare la crescita del prodotto potenziale e influenzare positivamente le aspettative dei mercati e le decisioni di spesa di famiglie e imprese, con risvolti positivi per il mercato creditizio sia dal lato della domanda che dell’offerta.



Garanzie statali sulle passività delle banche18

Questa misura introdotta col decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 per la stabilità del sistema creditizio italiano prevede che il Ministero dell’Economia e delle Finanze possa concedere fino al 30 giugno 2012 la garanzia statale sulle passività delle banche italiane di nuova emissione. Tale intervento ha il fine di supportare le banche che hanno difficoltà di raccolta, sostenendo così indirettamente la loro capacità di finanziare le imprese e le famiglie. Anche grazie alle nuove
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Centro Studi Confindustria (12 Dicembre 2011), Scenari Economici, Nella spirale della crisi. Debiti pubblici, credit crunch e recessione.
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Banca d’Italia (Gennaio 2012), “Bollettino Economico n° 67”, pag. 30. 45

disponibilità di collaterali stanziabili, il finanziamento presso l’Eurosistema ha raggiunto una quota pari a circa 210 miliardi di € a fine Dicembre 2011 (da 85 miliardi alla fine di agosto). In dicembre, anche per effetto dell’asta a tre anni, la liquidità domandata dalle banche italiane nelle operazioni di rifinanziamento presso l’Eurosistema è aumentata di 57 miliardi. Tali fondi sono stati per la maggior parte utilizzati sui mercati dagli intermediari che li hanno ottenuti e non riversati sulla deposit facility. In un contesto caratterizzato da forti tensioni sui mercati finanziari e da crescenti difficoltà di raccolta per le banche italiane, l’importanza di questa misura, assieme a quelle analizzate precedentemente a pagina 21, ai fini del mercato creditizio, è però condizionata dalle politiche d’impiego bancarie. Non è infatti detto che la nuova liquidità ottenuta al tasso agevolato dell’1% sia effettivamente rimpiegata per concedere prestiti alle imprese. Permane perciò il rischio che le banche utilizzino questi fondi per investire in attività finanziarie anziché alimentare l’offerta di credito.



Accordo A.B.I.: “Nuove misure per il credito alle PMI”

L’intervento congiunto del Governo e delle parti, dall’A.B.I. alle associazioni di imprese, può giocare un ruolo importante nella definizione di misure a sostegno del credito bancario, soprattutto a favore delle piccole e medie imprese, che -come noto- sono più dipendenti dal credito bancario. Un importante passo in questo senso è stato la nuova moratoria firmata il 28 Febbraio 2012 dal Ministro dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti, Corrado Passera, dal Vice Ministro dell’ Economia e delle Finanze Vittorio Grilli, l’A.B.I, Alleanza Cooperativa Italiane, Confindustria e Rete Imprese Italia. Riportando le testuali parole dell’accordo, il suo obiettivo è quello di “assicurare la disponibilità di adeguate risorse finanziarie per le imprese che pur registrando tensioni presentano comunque prospettive economiche positive”. Di qui l’azione per “creare le condizioni per il superamento delle attuali situazioni di criticità ed una maggiore facilità nel traghettare le imprese verso un’auspicata inversione del ciclo economico”.19 Gli interventi a favore delle imprese sono di 3 tipi:  Operazioni di sospensione dei finanziamenti: sospensione per 12 mesi della quota capitale delle rate di mutuo, e quella per 12 o 6 mesi della quota capitale prevista nei canoni di
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Per consultare il testo completo si veda: www.abi.it alla sezione Press Releases

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leasing “immobiliare” e “mobiliare”. Possono essere ammesse alla sospensione le rate dei mutui e delle operazioni di leasing finanziario che non abbiano già usufruito della sospensione prevista dall’Avviso comune del 3 agosto 2009. Le rate non devono essere scadute da oltre 90 giorni.  Operazioni di allungamento dei finanziamenti: È prevista la possibilità di allungare la durata dei mutui, quella di spostare in avanti fino a 270 giorni le scadenze del credito a breve termine per esigenze di cassa con riferimento all’anticipazione di crediti certi ed esigibili e quella di allungare per un massimo di 120 giorni le scadenze del credito agrario di conduzione. Possono essere ammessi alla richiesta di allungamento i mutui che non abbiano beneficiato di analoga facilitazione secondo quanto previsto dall’Accordo per il credito alle pmi del 16 febbraio 2011. Possono essere ammessi all’allungamento anche i mutui sospesi al termine del periodo di sospensione.  Operazioni per promuovere la ripresa e lo sviluppo delle attività: Sono connesse ad aumenti dei mezzi propri realizzati dall’impresa. Anche alla luce delle agevolazioni fiscali previste dal decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 per le imprese che avviano processi di rafforzamento patrimoniale le banche si impegnano a concedere un finanziamento proporzionale all'aumento dei mezzi propri realizzati dall’impresa. Le imprese beneficiarie dell’accordo sono le piccole e medie operanti in Italia di tutti i settori, secondo la definizione comunitaria, ovvero imprese con meno di 250 dipendenti in media e con fatturato minore di 50 mln di euro, oppure con totale attivo di bilancio fino a 43 mln di euro. Al momento della presentazione della domanda (da effettuarsi entro il 31 Dicembre 2012) devono essere “in bonis”, ossia non devono avere nei confronti dalla banca “sofferenze”, “partite incagliate”, “esposizioni ristrutturate” o “esposizioni scadute/sconfinanti” da oltre 90 giorni. Dall’altro lato, le banche si impegnano a fornire una risposta di norma entro 30 giorni. Nel caso l’impresa non abbia ritardati pagamenti, le domande per sospensione della rate di mutui, dei canoni di leasing e di allungamento a 270 giorni delle scadenze del credito a breve per sostenere le esigenze di cassa si intendono ammesse dalla banca, salvo esplicito rifiuto. Le parti firmatarie si sono inoltre impegnate a definire nuovi accordi al fine di: - favorire il finanziamento per la realizzazione di nuovi ordini, incoraggiare progetti di investimento e il consolidamento delle passività;

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- agevolare un rapido smobilizzo dei crediti delle imprese nei confronti della Pubblica Amministrazione20, attraverso la certificazione dei crediti in modo da qualificarli certi ed esigibili, oppure attraverso altre forme di anticipazione di questi crediti; - valorizzare il ruolo dei Confidi e dei fondi pubblici di garanzia ai fini di un ampliamento delle possibilità di accesso al credito da parte delle pmi.



Ruolo dei Confidi21

I consorzi di garanzia collettiva fidi (confidi) rilasciano garanzie a favore delle imprese associate, spesso di piccole dimensione, che non hanno attività idonee a fungere da collaterale sui prestiti bancari. Le eventuali perdite causate da inadempimenti delle imprese debitrici vengono coperte dal fondo garanzia e sono quindi condivise dalle imprese associate. A fine 2010 erano attivi in Italia 676 consorzi fidi. Le imprese garantite dai Confidi possono beneficiare di maggiori quantità di credito e tassi d’interesse inferiori. Nel corso degli ultimi anni, c’è stato un processo di concentrazione dei confidi, che ha inciso positivamente sulla capacità dei Confidi di mobilitare risorse a favore dei soci. I confidi sono anche un mezzo per indirizzare il sostegno finanziario statale verso le PMI nei periodi di crisi e difficoltà di accesso al credito, in quanto una parte rilevante dei mezzi patrimoniali dei Confidi proviene spesso da contributi pubblici. Altro importante ruolo svolto dai Consorzi Fidi è favorire le piccole imprese nell’accesso al credito da parte delle banche di maggiore dimensioni, che -prediligendo l’hard information, essendo comunque meno radicate nel territorio e meno vicine alle realtà imprenditoriali localispesso non riescono a finanziare le piccole imprese. I vantaggi per le banche sono un miglioramento della valutazione del merito creditizio dell’impresa e una riduzione del rischio finanziario. Inoltre le imprese, usufruendo delle convenzioni stipulate dai Confidi con le banche, possono accedere a finanziamenti presso intermediari anche diversi dalla propria banca di riferimento.
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In data 22 Maggio 2012 è stato siglato dall’A.b.i. e dalle associazioni imprenditoriali, il Protocollo “Nuove misure per il credito alle PMI: smobilizzo dei crediti vantati dalle imprese nei confronti della Pubblica Amministrazione”.
21

Banca d’Italia (Ottobre 2011), “I confidi e il credito alle piccole imprese durante la crisi” 48

Il grafico della figura n° 30 mostra l’importanza del ruolo svolto dai consorzi nel biennio 20072009: il credito è cresciuto solo per le piccole imprese (imprese con meno di 20 addetti, secondo la classificazione della Centrale Rischi) garantite dai Confidi. I tassi d’interesse sono aumentati leggermente meno per i Confidi. Invece la rischiosità delle piccole imprese garantite dai Confidi è maggiore rispetto a quelle non garantite. Ciò segnala che le imprese che si sono rivolte ai Confidi erano mediamente più rischiose rispetto a quelle che non sono state garantite dai consorzi: nonostante la loss given default delle esposizioni garantite dai Confidi sia minore per via della copertura esercitata dai Consorzi in caso di insolvenza, la loro probabilità di ingresso in sofferenza è maggiore. L’effetto principale dei Confidi durante la crisi è stato quindi quello di facilitare l’accesso al credito di imprese più rischiose, che altrimenti –per via dell’assenza di collaterale idoneo o per la loro rischiositànon avrebbero potuto accedere al canale del finanziamento

bancario.

Figura 30 Fonte: Banca d’Italia (Ottobre 2011), “I confidi e il credito alle piccole imprese durante la crisi”

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 La cultura manageriale nella crisi22 e l’advisory delle banche alle PMI

Riferendosi alle piccole imprese a gestione familiare, si segnala spesso un deficit di cultura manageriale da parte degli imprenditori. La carenza delle moderne tecniche di gestione aziendale, a livello di finanza aziendale, programmazione e controllo, contabilità analitica dei costi, gestione delle risorse umane, organizzazione aziendale e sistemi informativi integrati…ecc, rende le piccole imprese più deboli di fronte alla recessione. Un esempio banale è spesso la mancanza di veri e propri budget: pianificare gli obiettivi e allocare le risorse in periodi di incertezza è di cruciale importanza. Laddove vengono applicati, la produttività non a caso è alta. La gestione d’azienda richiede tuttavia una formazione professionale specifica e un continuo aggiornamento. Non è possibile delegare tutte le mansioni ai commercialisti, poiché una gestione interna è più consapevole di una esterna. È naturale quindi chiedersi perché i manager italiani siano meno consapevoli delle migliori tecniche gestionali rispetto a quelli americani o tedeschi, solitamente alle prime posizioni nelle classifiche di produttività. Anche qui una risposta può esser trovata nel sistema familiare delle piccole imprese, meno incentivate all’investimento formativo e meno aperte a manager esterni. Una soluzione in questo senso può esser portata avanti dalle banche, potenziando il ruolo di advisor all’interno delle funzioni creditizie. È interesse della banca stessa supportare l’operatività dell’impresa cliente, assicurandosi che sappia individuare gli strumenti e le strategie più idonee per affrontare i problemi imposti dalla crisi economica. I benefici per le imprese sarebbero molteplici: avere un supporto da parte di figure professionali competenti, che -in particolare nelle banche storiche di riferimento- conoscono da più tempo la realtà imprenditoriale rispetto a società di consulenza indipendenti, il miglioramento della redditività, solidità e liquidità in seguito a scelte strategiche adeguate può portare nel medio termine notevoli benefici in termini di miglioramento del rating e quindi minori oneri finanziari. La banca, oltre a fidelizzare il cliente, riduce il rischio di insolvenza sulle sue esposizioni e inoltre a fronte dei potenziali minori tassi d’interesse attivi si assicura- una continua domanda per investimenti, piuttosto che rifinanziamenti o ristrutturazione del debito.

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Per approfondimenti: da Il Sole 24 Ore (Aprile 2011), “L’Italia che non cresce”, “Cosa rischia l’impresa se trascura la formazione”, pag. 80-81.

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 Il merito di credito in base a rating meno oggettivi

Come descritto nel capitolo 3.3 le banche, in linea di principio le più grandi, che usano modelli di valutazione del merito creditizio che si fondano sull’utilizzo delle cosiddette hard information, sono in grado di prezzare più adeguatamente il rischio tramite modelli di rating interni di tipo advanced. Invece le banche -spesso ma non sempre necessariamente più piccole- che instaurano una forte e duratura relazione con la clientela, privilegiano la valutazione del merito creditizio su informazioni di natura qualitativa (soft information), cercando di acquisire informazioni rilevanti, ma non pubblicamente disponibili, riuscendo così a finanziare imprese più “opache”, che in base ai soli dati quantitativi non avrebbero potuto accedere al finanziamento. In queste banche caratterizzate dal cosiddetto relationship lending, si è quindi riscontrata la tendenza a far meno leva sul binomio tassi d’interesse-rischio di credito anche in periodo di crisi. Questa attitudine è favorita dall’uso combinato di sistemi di valutazione automatici sulla base dei dati esclusivamente contabili e delle garanzia a copertura del prestito (in primis, il LTV, “loan to value”) insieme a informazioni più qualitative. È opportuno distinguere tra informazioni qualitative di natura oggettiva quali, la forma giuridica, la durata della relazione con la banca, l’anzianità dell’impresa, la tipologia di azionariato, la presenza di figure chiave nel management. Queste informazioni possono essere inserite nei modelli quantitativi piuttosto agevolmente. Ciò che invece fa la differenza è quell’insieme di informazioni qualitative di natura soggettiva, come la qualità dell’operato del management, il giudizio di adeguatezza della pianificazione strategica, l’esclusività dei rapporti con i clienti e fornitori, il livello qualitativo dei clienti, l’immagine dei prodotti sul mercato o anche la credibilità dell’azienda e del suo marchio. L’effetto sul pricing di queste variabili può essere notevole. Certamente però, una valutazione consapevole di queste informazioni può aver luogo solo in presenza di un rapporto duraturo e approfondito con l’impresa-cliente. Cosa che è possibile nelle banche piccole, per la loro naturale predisposizione al radicamento nel territorio, ma può essere implementato anche nelle banche più grandi o tramite l’acquisizione delle banche territoriali (come per esempio Intesa San Paolo) oppure tramite un maggiore decentramento delle unità decisionali. L’allora Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi affermava 23 nel Luglio del 2009: “È altrettanto importante che le banche nel decidere sul credito da dare usino tutta l’informazione loro disponibile; integrino i risultati dei metodi statistici di scoring – che perdono parte della loro
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Draghi M., Intervento del Governatore della Banca d’Italia, ABI Assemblea Ordinaria, 8 Luglio 2009, pag.4

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capacità predittiva in momenti eccezionali – con la conoscenza diretta del cliente, delle sue effettive potenzialità di crescita e di redditività nel lungo periodo. Il radicamento territoriale del sistema bancario è prezioso; va utilizzato, dove è stato perso va ricostruito. Occorre valorizzare quanto più possibile le conoscenze sul campo, evitando un eccesso di automatismi”. Precludere quindi l’accesso a imprese che non eccellono dal punto di vista del bilancio, è un errore, perché mette in difficoltà tali imprese e comporta la perdita di clientela e quindi margine economico nel medio-lungo periodo per le stesse banche. Una relazione più approfondita col cliente invece permette di cogliere al meglio le potenzialità del cliente. In Italia il relationship lending ha un ruolo importante e deve essere potenziato. Non a caso un sondaggio condotto nel 2010 dall’Università Luiss Guido Carli di Roma in collaborazione con Ernst&Young24 ha messo in luce che tra i criteri principali nelle decisioni relative alle concessioni di credito alle PMI vi è la conoscenza dell’imprenditore, ossia il criterio soggettivo (32%).



Diminuire la dipendenza delle imprese dal credito bancario25

Nonostante l’impatto relativamente modesto delle tensioni finanziarie che si ripercuotono sulle banche sul volume dei prestiti erogati, le tensioni nell’offerta di credito hanno avuto un effetto non trascurabile sull’attività produttiva. Questa apparente contraddizione trova spiegazione nella carenza strutturale del sistema finanziario italiano. Come accennato nell’Introduzione e più avanti, le banche hanno un ruolo centrale nel finanziamento delle imprese non finanziarie e i mercati obbligazionari e azionari non sono effettivamente sufficientemente sviluppati per rappresentare una vera e propria alternativa al credito bancario: per questa ragione nello studio effettuato nei capitoli precedenti, la variabile della domanda i (costo opportunità dei finanziamenti bancari rispetto ad altri finanziamenti) non è stata approfondita, poiché solo le grandi imprese -comunque con qualche eccezione- riescono a finanziarsi sistematicamente sui mercati. In un sistema quale quello italiano non deve stupire che un calo contenuto dell’offerta di credito possa comprimere in misura non marginale l’attività produttiva e gli investimenti. In altri importanti Paesi le restrizioni all’offerta di credito bancario sono state maggiori che in Italia, ma i loro effetti

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Per ulteriori approfondimenti: Luiss Guido Carli e Ernst&Young (Roma, 5 Ottobre 2010), “La crisi finanziaria e i vincoli finanziari per le PMI”
25

Il Sole 24 Ore ( Aprile 2011), da “L’Italia che non cresce”, “L’impresa non trova casa in Borsa”, pag. 58-60.

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sono significativamente mitigati dal ricorso ad altri strumenti di finanziamento da parte delle imprese. Si pensi che il listino azionario italiano ha una capitalizzazione pari al 28% del PIL Italiano, peggio di Perù, Sri Lanka e Cipro. Stesso discorso per le obbligazioni emesse da aziende o per l’attività dei fondi di private equity: l’Italia, settima economia mondiale, ha mercati finanziari pari in termini relativi a quelli di Paesi del Terzo Mondo. Il “nanismo” che affligge Piazza Affari sembra pesare anche sulla crescita del PIL: infatti in Brasile, il cui PIL è simile a quello italiano, capitalizza in Borsa 1.500 miliardi di dollari, contro i 570 italiani. Non a caso, il Brasile è trai paesi più dinamici di questi anni, mentre l’Italia trai più statici. Il mercato obbligazionario è parimenti carente. Le società che hanno un rating esterno sono una ventina, di cui quasi la metà sono ex pubbliche (Eni, Enel e Telecom ad esempio) e le altre son per lo più banche. I bond aziendali collocati sul mercato nel 2010 ammontavano a 171 miliardi di dollari, pari all’8,4% del PIL. Anche l’attività dei fondi di private equity ha un peso modesto in rapporto al Pil: le percentuali si aggirano attorno a valori pari allo 0,33%. Il minor sviluppo dei mercati finanziari rispetto ad altri Paesi ha certamente esposto in misura minore l’Italia agli effetti della crisi finanziaria scoppiata nel 2008 ma l’eccessiva dipendenza dal debito bancario ha sortito anche effetti negativi: in termini di minore crescita economica, ma anche per il maggiore indebitamento (rapporto tra debito finanziario e patrimonio netto) delle imprese con inevitabili ripercussioni in termini di minor rating sviluppato dai modelli di valutazione interni alle banche e quindi in termini di maggior spread. Infine, una stretta creditizia vera e propria avrebbe effetti gravissimi sulle imprese più che altrove. Altro problema è la struttura dell’impresa-tipo italiana: familiare e di piccole o medie dimensioni. Questo rende le società tendenzialmente chiuse a investitori esterni e infatti difficilmente si quotano in Borsa, seppure siano stati istituiti due listini appositi per le PMI (Mac e Aim) con minori costi di quotazione e obblighi burocratici. Alle banche conviene comunque erogare credito piuttosto che favorire il ricorso ai mercati da parte delle imprese. o Riequilibrare il trattamento fiscale tra imprese che si finanziano con debito e imprese che si finanziano con capitale proprio dovrebbe essere un intervento normativo da cui partire. Infatti, dal punto di vista fiscale, per le PMI è più conveniente indebitarsi piuttosto che quotarsi, perché gli interessi dei finanziamenti bancari sono deducibili dall’IRES, mentre i costi impliciti della quotazione in Borsa non lo sono e ugualmente per il pagamento degli interessi sulle obbligazioni emesse da società non quotate che sono soggetti a imposta sostitutiva. Ciò rende due volte sconveniente fiscalmente il finanziamento con obbligazioni da parte di imprese non quotate.
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Alcune banche, tra cui BNP Paribas, hanno intrapreso un’attività di pressione nei confronti del Governo, per eliminare lo squilibrio fiscale esistente per le società non quotate (le società quotate sul segmento MTA di Borsa Italiana sono solo 234) che emettono obbligazioni.26 o Finanziamenti alternativi27: Tra le forme di finanziamento alternative a quello tradizionale bancario vi sono i cosiddetti private placement su modello statunitense. Si tratta di obbligazioni emesse ad hoc dalle imprese e acquistate da poche selezionate assicurazioni americane. Nel 2012 Barilla, Piaggio e Luxottica hanno optato per i bond privati e presto almeno due o tre imprese italiane dovrebbero fare lo stesso. Simile è il mercato degli Schuldschein: obbligazioni emesse privatamente per le assicurazioni tedesche. Tuttavia il mercato degli Schuldschein è molto ristretto perché vi possono accedere solo aziende che hanno attività in Germania. Più accessibili alle aziende di piccole dimensioni vi sono i bond di distretto che diversi istituti, non solo nazionali, stanno cercando di implementare. Si tratta di un emissione obbligazionaria collettiva da parte di un gruppo di piccole imprese, in modo da raggiungere la massa sufficiente per poterla collocare con successo. Un altro esempio è quello dei covered bond, titoli di debito emessi dalla banca e garantiti anche dai crediti erogati dalla banca alle piccole imprese. Dopo avere emesso questo titolo (che avrà almeno il rating della banca), l'istituto può consegnarlo alla Bce per ottenere ulteriori finanziamenti. Questo meccanismo permetterebbe alle imprese di avere a disposizioni più finanziamenti e alle banche di avere titoli da dare in garanzia alla Bce. Attualmente in tanti ci stanno lavorando e sono già in corso anche contatti con alcune sedi locali di Confindustria. I project bond28 invece sono obbligazioni che vengono emesse per finanziare un'unica grossa opera infrastrutturale con l’obiettivo di rendere possibile (e agevole) la vendita di obbligazioni “a progetto”. Si costituisce uno SPV (special purpose vehicle), finalizzato alla realizzazione e gestione dell’opera, che potrà finanziare le proprie attività emettendo obbligazioni. Il mercato in cui verranno collocati i bond è quello delle banche, dei fondi
26

Si veda a proposito l’articolo su Il Sole 24 Ore del 28 Dicembre 2011, “Ora il fisco tolga il vincolo alle emissioni obbligazionarie”
27

Il Sole 24 Ore (28 Dicembre 2011), “Italia Spa cerca credito fuori dalle banche. Nel 2012 scadono debiti per 36 miliardi”
28

Per ulteriori approfondimenti: Centro Studi Confindustria (12 Dicembre 2011), Scenari Economici, “Nella spirale della crisi. Debiti pubblici, credit crunch e recessione”

54

pensione, delle compagnie assicurative e dei fondi comuni che potranno acquistare i titoli a tasso fisso o variabile e saranno ripagati dai flussi di cassa futuri che l’opera stessa genererà. Sono pertanto esclusi gli investitori retail. La qualità dei titoli deve essere validata da agenzie specializzate, che ne forniscono il rating (che per i PB non dovrebbe essere mai inferiore alla tripla A). La rischiosità dei suddetti bond deve essere mitigata da garanzie assicurative (es., performance bond), richieste dall’investitore, emesse da assicurazioni monoline29, che assicurano i futuri flussi di cassa dell’opera e, conseguentemente, il rimborso del servizio di debito. L’Italia non ha ancora sperimentato esperienze di P.B. in maniera diffusa. I freni alla loro maggiore diffusione sono soprattutto la costante incertezza del quadro normativo (non vi sono modelli contrattuali standard), l’eccessiva burocratizzazione delle procedure amministrative, la pressoché assenza di SPV, l’assenza di assicurazioni monoline, le difficoltà di coinvolgimento di investitori istituzionali, come Cassa Depositi e Prestiti e B.E.I. ad intervenire. La stessa Commissione Europea, nel valutare la possibilità di ricorrere ai Project bond, ha indicato alcuni prerequisiti essenziali tra i quali la definizione di un contesto normativo più stabile ed idoneo in ciascuno Stato membro per l’attuazione di contratti di Project bond. Importanti in queste senso sono le misure introdotte dal Decreto Sviluppo: approvato dal Consiglio dei Ministri il 15 Luglio 2012:  Aliquota fiscale ridotta dal 20% al 12,5%, per rendere i project bond più appetibili agli investitori istituzionali;  Deducibilità degli interessi passivi per le società-progetto;  Imposta di registro, ipotecarie e catastali in misura fissa; Restano tuttavia ancora dei punti aperti30, come per esempio è quello del trattamento “prudenziale” dei titoli emessi nell’ambito delle operazioni di project bond. Secondo le disposizioni previste dalla vigente normativa (la direttiva europea “Solvency 2”), i project bond – non essendo oggetto di una disciplina “ad hoc” – sarebbero soggetti ad un regime di vigilanza prudenziale particolarmente oneroso, che potrebbe tradursi in uno scarso interesse concreto per questo strumento da parte dei potenziali investitori.

29

Compagnie di assicurazione che si occupano esclusivamente dell’assicurazione di obbligazioni emesse da altri soggetti, in modo da elevare il loro rating e ridurre il costo del finanziamento.
30

Da Il Sole 24 Ore, 13 giugno 2012, “Cosa manca ancora per i project bond?”

55



I fondi di private equity.

Come precedentemente accennato e come si può intuire al grafico della figura 31, il private equity in Italia ha scarso sviluppo. I fondi hanno notevoli potenzialità poiché apporterebbero capitali privati in imprese sottocapitalizzate, legate all’indebitamento bancario, le aiuterebbero a crescere e infine potrebbero essere un anello di congiunzione tra Pmi e Borsa. Tuttavia, come già evidenziato, la chiusura delle imprese a conduzione familiare nei confronti di soci esterni è un ostacolo notevole. In più si aggiunge l’assenza di agevolazioni fiscali e burocratiche per sostenere gli investimenti dei fondi, anche in quote di minoranza.

Figura 31. Fonte: Il Sole 24 Ore (Maggio 2011), “L’Italia che non cresce”. L’Inchiesta del Sole24Ore. Le domande delle imprese, “L’impresa non trova casa in borsa”, pag. 60.

Una delle iniziative intraprese per rafforzare il ruolo del private equity in Italia è stato il Fondo italiano d’Investimento31. Con un capitale sociale di 4miliardi di €, è stato costituito da Cassa Depositi e Prestiti, Banca Monte dei Paschi di Siena, Intesa SanPaolo e Unicredit nel mese di Marzo 2010 su iniziativa del Ministero dell’Economia. Poi si sono aggiunte nel settembre 2010 alcune banche popolari (Istituto Centrale delle Banche Popolari, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell'Emilia Romagna, UBI Banca e Banca del Cividale).
31

Per ulteriori approfondimenti: www.fondoitaliano.it

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Come da sito Internet del Fondo: “L’obiettivo è quello di creare nel medio termine una fascia più ampia di aziende di media dimensione, incentivando i processi di aggregazione tra le imprese minori, al fine di renderle maggiormente competitive anche sui mercati internazionali. Il Fondo fornirà alle imprese italiane di piccole e medie dimensioni, tramite investimenti diretti o indiretti nel capitale di rischio, un sostegno finanziario nell'ambito di operazioni di "expansion capital", finalizzate a finanziare lo sviluppo di imprese già avviate, anche tramite acquisizioni. Attenzione potrà essere altresì riservata alle operazioni di replacement, finalizzate alla ristrutturazione della base azionaria, in cui il Fondo potrà sostituirsi ai soci di minoranza, non più interessati a proseguire l'attività, nonché di management buy in/ buy out, finalizzate a sostenere l'acquisizione di imprese condizionate da difficoltà dovute a passaggi generazionali ed a sviluppare possibili aggregazioni, con il coinvolgimento di manager interni o esterni all'impresa.” La politica di investimento del Fondo prevede investimenti in imprese di piccole e medie dimensioni dotate di buona solidità patrimoniale, di una adeguata redditività attuale e prospettica e soprattutto di un significativo potenziale di creazione di valore, idonee quindi a svilupparsi non solo a livello nazionale ma anche internazionale tramite progetti di aggregazione. Il fatturato medio indicativo delle imprese selezionate è compreso tra i 10 e i 250 milioni di €. Il Fondo invece non investe in: - società quotate in un'ottica speculativa; - società di nuova costituzione ("start-up"); - imprese immobiliari; - imprese esercenti servizi finanziari in genere; - imprese in stato di crisi; - imprese che siano soggette a procedure concorsuali, che si trovino nell'ambito e in esecuzione di piani di risanamento ai sensi dell'art. 67, comma 4, lett. d), R.D. 16 marzo 1942, n. 267 (L.F.), oppure nell'ambito di accordi di ristrutturazione dei debiti ai sensi dell'art. 182bis L.F. Il Fondo investe in prevalenza in posizioni di minoranza. Non vi sono rendimenti minimi per ogni singolo investimento, poiché l’obiettivo alla base è il rendimento globale del portafoglio, quasi secondario rispetto alla funzione di politica economica svolta dal Fondo. Tuttavia, bisogna precisare che si tratta di un intervento di matrice statale e ciò mette in luce il problema della carenza di capitali privati. Non a caso, uno dei più famosi marchi del Made in Italy, Prada, ha deciso di quotarsi nel listino di Honk Kong, dove i capitali privati sono più facili da reperire.
57

Per attrarre i capitali si richiede l’intervento legislativo che crei le condizioni per le operazioni private.



Favorire le aggregazioni aziendali

Favorendo le concentrazioni tra aziende, in un contesto quale quello italiano affetto da “nanismo delle micro-imprese”, le banche, non solo stimolerebbero la domanda di credito, ma favorirebbero anche la crescita economica. Inoltre si assicurerebbero un ritorno commissionale legato all’attività di advisory. I vantaggi per le imprese poi sono molteplici: si incrementa l’efficienza, si condividono costi e risorse comuni, si acquisiscono competenze in termini di know-how e potere sul mercato, si può puntare alla crescita nei mercati internazionali, aumenta la solidità di fronte a periodi di recessioni… Bisogna investire su tutte le tipologie di aggregazioni aziendali al fine di coinvolgere una più ampia platea di imprese: aggregazioni su rapporti patrimoniali ma anche su rapporti contrattuali, ovvero aggregazioni di imprese che operano in accordo su una sola determinata linea gestionale o operativa (per esempio consorzi o reti d’impresa) e infine anche su rapporti informali come contratti di subfornitura. Questi processi devono coinvolgere anche i fondi di private equity che possono agire da tramite nel processi di aggregazione per imprese, che per la loro instabilità finanziaria, non riescono a trovare acquirenti. In particolare i fondi di turnaround, (di cui, trai più noti, Sun Capital Partners, Inc ) acquistando la proprietà di aziende in crisi, ponendo termine alle cause della crisi e implementando dei piani di recupero della redditività, possono risanare le imprese con un’ottica di renderle idonee a processi di fusione o acquisizione. Secondo i dati raccolti nel Rapporto annuale Mergers & Acquisition realizzato da Kpmg Advisory32, sulla base dati di Thomson Reuters, il mercato italiano del M&A ha registrato un volume d’affari pari a 28 miliardi di Euro (+41% rispetto al 2010), con 329 operazioni concluse (+18% rispetto alle 279 dello scorso anno), mostrando così segnali di una lieve ripresa (figura n°32).
32

Kpmg Advisory (Marzo 2012), Rapporto Mergers & Acquisitions, Anno 2011

58

Figura 32 Fonte: Kpmg Advisory (Marzo 2012), Rapporto Mergers & Acquisitions, Anno 2011, pag.25

Considerando tuttavia che l’Italia è ancora l’ottava economia più importante del pianeta, i numeri del mercato italiano sono ancora piuttosto modesti, soprattutto se posti in relazione col mercato statunitense (circa 7000 operazioni concluse per un ammontare di 868 miliardi di $). Probabilmente i problemi dal lato dell’offerta del credito e lo scenario sostanzialmente recessivo delineatosi a partire da agosto 2011, hanno impedito una piena ripresa delle operazioni. Le aziende italiane, nel 2011, sono state più ‘preda’ di acquirenti esteri che non ‘predatori’ (l’M&A Estero su Italia vale 18 miliardi di Euro). Le prime dieci operazioni di M&A per controvalore sono tutte transazioni cross border, delle quali otto sono acquisizioni Estero su Italia (tra cui spiccano le acquisizioni di Parmalat, Bulgari e Ansaldo Energia). Sul fronte Italia su Estero l’operazione più importante e stata l’acquisizione da parte di Prysmian, azienda specializzata nella produzione di cavi per applicazioni nel settore telecomunicazioni ed energia, dell’olandese Draka. I Private Equity, in particolare nei primi sette mesi dell’anno, sono stati protagonisti anche di alcune operazioni di rilancio e ristrutturazione industriale di successo. Le prime dieci transazioni completate dai fondi hanno superato 5 miliardi di Euro. Tra queste, da segnalare i secondary buy out di COIN (passato dal fondo PAI Partners a BC Partners) e di Moncler (che il fondo Eurazeo ha rilevato da Carlyle).

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La Crisis Banex

...Compañía de Muñecas New Heritage: Presupuesto de Capital A mediados de septiembre del 2010, Emily Harris, vicepresidente de la división de producción de la Compañía de Muñecas New Heritage, estaba considerando propuestas de proyectos para las reuniones del presupuesto de capital que se venían en octubre. Dos propuestas sobresalían, basadas en su potencial para reforzar las líneas de productos innovadores de la compañía e impulsar un crecimiento futuro. Sin embargo, debido a limitaciones de los recursos financieros y gerenciales, Harris sabía que era posible que el Comité de Presupuesto de Capital de la compañía se rehusara a aprobar ambos proyectos. También sabía que las divisiones de licencias y ventas al detalle presentarían sus propios proyectos. Por consiguiente, Harris debía estar preparada para recomendar una de sus propuestas. La industria de las muñecas En los Estados Unidos, la industria de los juguetes y juegos reportó para el año 2008 ingresos de US$42 billones y se proyectaba un incremento del 4.6% anual hasta alcanzar los US$52.5 billones en el año 2013. El mercado estaba dividido en 2 grandes segmentos: Video juegos (42%) y Juguetes y Juegos (52%). El segundo segmento aún se dividía en juguetes para preescolares (14.5%), muñecas (14.1%), juguetes deportivos y para el exterior (12.3%), y otros juguetes y juegos (58.1%), incluyendo manualidades, peluches, figuras de acción, vehículos y electrónicos. El mercado norteamericano de juguetes y juegos era......

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